Racconto: Una bistecca – Jack London

Il racconto di Jack London è tratto dalla raccolta Quando Dio ride con introduzione di Alberto del Bono (traduzione di Dian Dàuli, Lindau, 2017). Su Grado Zero si è parlato di questo libro qui.

Con l’ultimo pezzetto di pane, Tom King pulì il piatto dai rimasugli di sugo d’arrosto e masticò gli ultimi bocconi lentamente e meditando. Quando si levò da tavola fu oppresso dalla sensazione di aver ancora fame. Pure aveva mangiato tutto lui. I due bambini nell’altra camera, erano stati mandati a letto presto perché, dormendo, dimenticassero di essersi coricati senza cena. Sua moglie non aveva mangiato nulla: si era seduta silenziosamente e lo guardava con sollecitudine. Era una popolana magra e patita, ma conservava sul viso i segni di una bellezza passata. Essa si era fatta prestare la farina per il sugo dell’arrosto dal vicino di fronte. Gli ultimi due scellini se ne erano andati per comperare il pane.

Egli si sedette vicino alla finestra su di una poltrona sgangherata che scricchiolò lamentosamente sotto il suo peso, e, meccanicamente, si pose la pipa fra le labbra e frugò nella tasca della giacca. La mancanza assoluta di tabacco lo fece accorto di ciò che stava facendo, e, corrucciato per la sua distrazione, gettò via la pipa. Faceva movimenti lenti, quasi meccanici, come se fosse oppresso dalla pesantezza dei muscoli. Era un uomo robusto che sembrava distaccato, dall’aspetto punto interessante. Indossava abiti rozzi, vecchi e sciupati. Le tomaie delle scarpe erano troppo deboli per sopportare la pesante risolatura, anch’essa di data non molto recente. La camicia di cotone a buon mercato, pagata due scellini, metteva in mostra un colletto sciupato e pieno di macchie incancellabili.

Ma solo a guardare il viso di Tom King non ci si poteva ingannare: si vedeva subito chi fosse. Era il viso tipico di un pugilatore, di uno che aveva lavorato molti anni nel quadrato e recava segni dei pugni bestiali ricevuti. Aveva proprio un aspetto fosco che risultava da tutti i lineamenti, perché era sbarbato. Le labbra erano sformate, la bocca eccessivamente dura, pareva, sul suo viso, come una ferita. La mascella era aggressiva, brutale, pesante. Gli occhi, dai movimenti lenti e dalle palpebre pesanti, erano quasi senza espressione, sotto le sopracciglia pelose e accigliate.

Del perfetto animale che egli era, gli occhi erano la parte più animalesca del suo viso: addormentati come quelli del leone: occhi di animale combattente. La fronte sfuggiva obliquamente dai capelli, che completamente rasati, lasciavano vedere tutte le sporgenze di una testa orribile a vedersi. Il naso, due volte rotto e sformato in vario modo, da infiniti colpi, e un’orecchia a cavolfiore, sempre gonfia e storta, di un volume doppio, completavano la sua bellezza, mentre la barba, pure rasata di fresco, spuntava a fior di pelle, dando al viso una tinta d’un azzurro cupo.

Complessivamente era il viso di un uomo che si avrebbe paura ad incontrare in una via oscura o in un luogo deserto.

Pure, Tom King non era un criminale né aveva mai commesso nulla di male. Tranne nelle lotte comuni nella sua vita, egli non aveva mai offeso nessuno: né si sapeva che egli avesse mai provocata una rissa. Era un professionista, e tutti i suoi pugni brutali erano riservati alle necessità professionali. Fuori del ring era lento, di natura tranquilla; anzi, in gioventù, quando il danaro abbondava, era stato fin troppo generoso per ciò che riguardava il suo benessere. Non voleva male a nessuno e aveva pochi nemici. Dare pugni era per lui un affare: nel ring tirava a colpire, a storpiare, a distruggere, ma senza animosità: era un evidente sistema di affari. Il pubblico si riuniva e pagava per vedere due uomini mettersi knock out l’un l’altro. Il vincitore prendeva la maggior parte degli incassi.

Quando Tom King aveva affrontato venti anni prima, Wooloomoooloo Gouger, sapeva che la mascella di costui era stata messa a posto solamente da quattro mesi, dopo di essere stata rotta in una gara a Newcastle. Ed egli aveva lottato per quella mascella e l’aveva spezzata di nuovo al nono round, non perché volesse male a Gouger, ma perché quello era il mezzo più sicuro di metterlo knock out e di vincere «la borsa». Né Gouger gli aveva serbato rancore per questo. Così era il gioco, ed entrambi lo conoscevano e lo giocavano.

Tom King, che non era mai stato un parlatore, sedette vicino alla finestra silenziosamente, imbronciato, guardandosi le mani. Le vene emergevano sul dorso delle mani, larghe e gonfie; e le nocche spezzate, mal formate, testimoniavano l’uso al quale avevano servito. Non aveva mai sentito dire che la vita dell’uomo è la vita delle sue arterie, ma conosceva bene il valore di quelle vene grosse e gonfie.

Il suo cuore aveva per mezzo loro pompato troppo sangue, a una pressione troppo alta. Non lavorava più: aveva fatto loro perdere l’elasticità: con la tensione era passata la forza. Ora si stancava facilmente. Non poteva più arrivare alla fine dei venti round; erano martello e tenaglie, pugni, pugni, fra un gong e l’altro, con fieri corpo a corpo; ed egli sbattuto contro le corde, facendo a sua volta battere l’avversario contro le corde, avvinghiandosi più fieramente e tenacemente, alla fine, ventesimo round, col pubblico in piedi e urlante ed egli stesso spinto, sballottato, sbattuto, riceveva un diluvio di colpi e li ricambiava mentre il cuore fedelmente pulsava facendo affluire il sangue alle vene. Le vene, gonfiate in quel momento, si erano andate abbassando, per quanto non perfettamente, dapprima impercettibilmente; ogni volta, rimanendo appena poco più gonfie.

Guardò le vene e le sue nocche sciupate e per un momento ebbe la visione del valore di quelle mani prima che la prima nocca si rompesse sul capo di Benny Jones, meglio conosciuto come il «Terrore dell’Ovest».

Provò di nuovo l’impressione di aver fame.

«Blimey! È possibile che io non possa trovare una bistecca!» borbottò a voce alta, stringendo i grossi pugni e lanciando una soffocata bestemmia.
«Ho cercato di averne una sia da Burke che da Sawley» disse la moglie quasi scusandosi.
«Ed essi non hanno voluto?» egli chiese.
«Neppure un mezzo scellino… Burke ha detto…».
«Maledetto! Che ha detto?».
«Che pensava che Sandel vi avrebbe procurato qualche cosa questa sera, ma che il vostro debito era molto forte…».

Tom King grugnì ma non rispose: pensava al bull terrier che aveva avuto in gioventù e che egli aveva nutrito con innumerevoli bistecche. Allora Burke gli avrebbe fatto credito di migliaia di bistecche. Ma i tempi erano cambiati. Tom King diventava vecchio: e i vecchi, che combattevano in gare secondarie, non potevano pensare a debiti di nessun genere coi bottegai.

Si era levato, al mattino, smanioso di una bistecca e il suo desiderio non era diminuito. Non era allentato, per questo genere di combattimenti: quella era un’annata brutta, in Australia; i tempi erano difficili e si trovava con difficoltà anche un lavoro irregolare. Non aveva un compagno col quale fare a pugni e il suo cibo non era stato dei migliori e non sempre sufficiente. Aveva lavorato per pochi giorni al porto, quando aveva potuto trovare lavoro e, al mattino per tempo, aveva fatto delle corse intorno al Domain, per mantenere in esercizio le gambe. Ma era faticoso allenarsi senza un compagno e con la moglie e due figli che bisognava nutrire. Al suo match contro Sandel, il credito presso i bottegai se ne era andato. Il segretario del Gayety Club gli aveva anticipato tre sterline, il compenso del vinto, ma poi si era rifiutato di dargli altro. Ogni tanto aveva fatto in modo di farsi prestare pochi scellini da antichi compagni che gli avrebbero dato di più se non fosse stato un anno cattivo e non si fossero trovati, essi stessi, in misere condizioni. No… era inutile voler mascherare il fatto: il suo allenamento non era stato soddisfacente. Avrebbe avuto bisogno di maggior nutrimento e di non avere noie. Inoltre, a quarant’anni è difficile rimettersi nelle condizioni di quando si ha vent’anni.

«Che ora è, Lizzie?» chiese.
La moglie uscì sul pianerottolo ad informarsi e ritornò dicendo:
«Sono le otto e un quarto».
«Cominceranno fra pochi minuti il primo incontro – diss’egli. – Soltanto una prova. Poi c’è un quattro round fra Dealer e Gridly e un dieci round fra Starlight e un marinaio. Il mio turno viene dopo un’ora».
Dopo dieci altri minuti di silenzio, si alzò dicendo:
«È vero, Lizzie, non ho avuto un allenamento sufficiente!».
Cercò il cappello e si diresse alla porta. Non offrì il bacio alla moglie – non lo faceva mai, quando usciva – ma, quella sera, essa osò baciarlo, circondandolo con le braccia ed obbligandolo ad abbassarsi sul suo viso. Essa sembrava ancor più piccola in confronto al corpo massiccio dell’uomo.
«Buona fortuna. Tom! – disse. – Vincerai!».
«Sì, vincerò – egli ripeté. – Non c’è altro da fare: vincerò!».

Sorrise, sforzandosi di essere allegro mentre essa si avvinghiava a lui più strettamente. Dietro alle spalle di lei, egli guardò la camera spoglia: era tutto ciò che possedeva al mondo, con l’affitto non pagato, lei e i bimbi.
Ed egli stava per lasciarli per andare fuori, nella notte, a cercar cibo per la sua compagna e per i figli, non come un moderno operaio che va all’officina, ma come un vero antico animale primitivo, che va a caccia di cibo.
«Lo vincerò!» ripeté, questa volta con un principio di disperazione nella voce. «Se vinco, saranno trenta sterline e potrò pagare tutto ciò che devo, avanzando anche del danaro.
«Se perdo, non prenderò nulla, neppure uno scellino per ritornare a casa in tram. Tutto ciò che spetta al vinto mi è stato già anticipato dal segretario. Addio, vecchia mia, se sarà una vittoria verrò difilato a casa».
«Ed io ti aspetterò!» gli gridò essa dal pianerottolo.

C’erano due buone miglia di cammino per andare al Gayety e, camminando, King pensava che nei suoi giorni di gloria – era stato il campione dei pesi massimi del New South Wales – andava al match in carrozza e, molto facilmente, accadeva che qualche grosso spalleggiatore salisse con lui e pagasse. Allora Tommy Burns e quello yankee negro, Jack Johnson, lo seguivano in automobile. Ed ora egli andava a piedi. E, come tutti sanno, una marcia di due miglia non era un buon preliminare per uno scontro. Egli era un vecchio campione, e il mondo non scommette per i vecchi. Ora non era più adatto che a lavori comuni, ma, anche per questi, il naso rotto e l’orecchio sformato gli nuocevano. Si accorse che desiderava di imparare un mestiere. Sarebbe stato molto meglio nella lunga corsa della vita. Ma nessuno glielo aveva mai detto e sapeva, nel profondo del cuore, che non avrebbe dato ascolto anche se glielo avessero detto. Tutto era stato per lui così facile! Molto danaro, incontri violenti e vittoriosi, periodi di tregua e benessere, poi un altro periodo di esagerate adulazioni, di colpi sulla spalla, di strette di mano, di persone liete di offrirgli un bicchiere per avere il privilegio di discorrere con lui per cinque minuti, e la gloria, il pubblico urlante, il turbine: il «Vince King» dell’arbitro e, il giorno dopo, il suo nome nelle colonne dei giornali sportivi.

Quelli erano tempi! Ed ora egli, pensando, durante il lento cammino, constatava che, da quando era vecchio, era stato messo in disparte. Lui era la Giovinezza in ascesa, e loro erano l’Età che affondava. Non c’era da meravigliarsi della facilità delle sue vittorie: ma ora le vene erano gonfie, le nocche sciupate e le ossa stanche per le lunghe battaglie che avevano sostenuto.

Ricordava il tempo in cui aveva vinto il vecchio Stowsher Bill, a Rushcutters Bay, al diciottesimo round, e come il vecchio Bill avesse poi pianto nello spogliatoio, come un fanciullo. Forse la pigione del vecchio Bill non era stata pagata: forse egli aveva a casa la moglie e i bambini: forse Bill, in quel giorno dell’incontro aveva desiderato una bistecca. Bill aveva rischiato ed era stato incredibilmente punito. Ora poteva capire, dopo di essere passato egli stesso dal mulino, che Stowsher Bill aveva combattuto, in quella sera, vent’anni prima, per qualche cosa di più grave che non la gloria e il facile danaro per i quali s’era battuto il giovane Tom King. Non c’era da meravigliarsi se poi, nello spogliatoio, Stowsher Bill aveva pianto.

Ma, un uomo, quando cominci, ha per sé soltanto un dato numero di battaglie: era la legge ferrea del gioco: un uomo può avere un centinaio di scontri, un altro soltanto venti, ciascuno secondo il proprio fisico e la propria fibra ne ha un numero definito, e, fatti quelli, è finita! Sì: egli aveva fatto più combattimenti di molti altri, e aveva avuto più che la sua parte nei duri combattimenti che stancano il cuore e i polmoni tanto da farli scoppiare, togliendo elasticità alle arterie e diminuendo la forza muscolare della morbida agilità della Giovinezza; combattimenti che logorano i nervi e la forza vitale, e consumano il cervello e le ossa per l’eccessivo sforzo di resistenza. Sì: egli aveva fatto più degli altri. Ormai non rimaneva nessuno dei suoi vecchi competitori: egli era l’ultimo della vecchia guardia: li aveva tutti visti finire e aveva avuto la fortuna di finirne qualcuno.

Lo avevano messo di fronte ai vecchi e, uno dopo l’altro li aveva sconfitti, ridendo quando essi come il vecchio Stowsher Bill, piangevano nello spogliatoio. Ed ora egli era un vecchio e gli mettevano davanti i più giovani. C’era quel Sandel! Era venuto dalla Nuova Zelanda dopo un record, ma nessuno, in Australia, sapeva nulla di lui, perciò lo mettevano contro il vecchio Tom King. A Sandel che si mostrava in pubblico, avrebbero dovuto dare un avversario migliore e una «borsa» più grossa: questo però dipendeva dal combattimento più o meno duro. Quegli aveva tutte le attrattive per vincere: il danaro, la gloria, la carriera; e Tom King era un grigio vecchio ceppo che custodiva la strada maestra che conduce alla fama e alla fortuna. Egli, per vincere, non aveva che l’allettamento di trenta sterline da servirgli per pagare il padrone di casa e i bottegai. E Tom King, mentre in tal modo ruminava, ebbe la fredda visione della Giovinezza, la gloriosa Giovinezza che si avanzava esultante ed invincibile, coi muscoli elastici e la pelle lucida come seta, col cuore e i polmoni che non sono stati mai stanchi e agitati e che rideva a sentir parlare di limitare lo sforzo. Sì: la Giovinezza è la Nemesi. Essa distrugge i vecchi e non bada se, nello stesso tempo, distrugge sé stessa. Si allarga le arterie e rovina le sue nocche ed è a sua volta, distrutta dalla Gioventù. La Gioventù è sempre giovane: soltanto l’Età invecchia.

Giunto a Castlereagh Street, voltò a sinistra e, dopo tre blocchi di case, giunse al Gayety. Una folla di giovani, raggruppata fuori dalla porta, gli aprì rispettosamente un varco ed egli sentì che si dicevano l’un l’altro: «È lui! È Tom King!».

Nell’interno, mentre era diretto al suo spogliatoio, incontrò il segretario, un giovane dallo sguardo acuto e dal viso scaltro, che gli strinse la mano.
«Come vi sentite, Tom?» chiese.
«Pronto, prontissimo!» rispose King, benché sapesse che mentiva e che se avesse avuto una sterlina, lo avrebbe dato subito per una buona bistecca.

Quando uscì dallo spogliatoio, con i secondi alle spalle, e salì sul quadrato, nel mezzo della sala, evviva e applausi si levarono dalla folla che aspettava. Egli salutò a destra e a sinistra molti visi sconosciuti, e molte eran facce di gente non ancor nata al tempo in cui egli aveva raccolto i primi allori. Salì lestamente sulla piattaforma e si abbassò per passare sotto le corde e andare al suo angolo, dove sedette sullo sgabello pieghevole. Jack Ball, l’arbitro, gli si avvicinò e gli strinse la mano. Ball era un pugilatore mancato, e da più di dieci anni entrava nel ring, ma non come campione. King fu lieto di averlo come arbitro. Erano entrambi vecchi. Se egli avesse combattuto con Sandel andando un po’ contro le regole, Ball – lo sapeva – l’avrebbe lasciato fare.

I giovani aspiranti pesi massimi entravano l’uno dopo l’altro nel ring ed erano presentati al pubblico dall’arbitro, che dichiarava la sfida per loro.

«Il giovane Pronto! – Ball annunciò – di North Sydney, sfida il vincitore per cinquanta sterline». Il pubblico applaudì e applaudì ancora quando lo stesso Sandel passò le corde e si sedette nel suo angolo.

Tom King lo guardò con curiosità attraverso il ring, perché dopo pochi minuti si sarebbero allacciati in un combattimento spietato, l’uno cercando di ridurre l’altro in uno stato d’incoscienza. Ma poco egli poteva vedere perché Sandel, come lui, portava i calzoni e l’asciugamano sul costume di lotta. Il suo viso era molto bello, circondato da una ricciuta chioma bionda, mentre la grassezza dei muscoli del suo collo era un indizio della magnificenza del suo corpo.

Il giovane Pronto andava da un angolo all’altro, stringendo la mano ai principali e sporgendosi giù dal ring. Le sfide cominciarono. Ogni Giovinezza si arrampicava sulle corde, Giovinezza sconosciuta, ma insaziabile che gridava al genere umano che per forza e abilità sarebbe stata pari al vincitore. Pochi anni prima, quand’era invincibile, Tom King si sarebbe divertito e, nello stesso tempo, annoiato, di tutti quei preliminari. Ma ora sedeva affascinato, incapace di scacciare dagli occhi la visione della Giovinezza. Quegli sbarbatelli prendevano sempre parte alla boxe balzando attraverso alle corde e lanciando le loro sfide, e sempre, davanti a loro, si trovavano dei vecchi campioni. Essi arrivavano al successo calpestando il corpo dei vecchi. E continuavano a venire. Erano la Gioventù inestinguibile e irresistibile, e, ogni qual volta quei giovani vincevano un vecchio campione, diventavano essi stessi campioni, percorrendo il medesimo sentiero in discesa; mentre dietro loro l’eterna Giovinezza li spingeva, e i nuovi nati diventavano robusti e vincevano i più anziani, seguìti da nuovi fanciulli, e così fino alla fine. La Gioventù deve imporsi e non morire mai.

King guardò verso la tribuna della stampa, e salutò con un cenno del capo Morgan dello «Sportsman» e Corbett del «Referee». Poi sollevò le mani mentre Sid Sullivan e Charley Bates, i suoi secondi, gli calzavano i guanti e li allacciavano strettamente, sorvegliati con attenzione da uno dei secondi di Sandel che per il primo esaminò criticamente le bende delle nocche di King. Uno dei suoi secondi fece la medesima cosa nell’angolo di Sandel. Tolsero i calzoni a Sandel, e, quando egli si alzò, gli fu tolto l’asciugamano dal collo. E Tom King, guardando, vide l’incarnazione della Giovinezza, dal torace alto e dai muscoli pesanti che guizzavano e sfuggivano come se fossero vivi sotto la bianca pelle simile a seta. Tutto il corpo era esuberante di vita, e Tom King comprese che quella era una vita che non aveva mai stillato la sua freschezza dai poli doloranti durante i lunghi combattimenti nei quali la Giovinezza paga il suo pedaggio e non se ne va tanto giovane come quando è entrata.

I due uomini si avanzarono per incontrarsi, e, quando suonò il gong, i secondi saltarono fuori del ring, con gli sgabelli pieghevoli; i lottatori si strinsero la mano, poi presero istantaneamente la posizione di combattimento. E istantaneamente, come una macchina di acciaio o uno scatto di arma da fuoco, Sandel si avanzava, retrocedeva, si avanzava di nuovo, allungando un sinistro agli occhi, un destro alle costole, scansando un counter, saltellando via e riavvicinandosi minacciosamente. Egli era veloce e abile. Era uno spettacolo abbagliante, e il pubblico gridava la sua approvazione. Ma King non era abbagliato. Aveva combattuto moltissime volte con dei giovani: conosceva i colpi per ciò che valevano… troppo rapidi per essere pericolosi. Evidentemente Sandel si sarebbe lanciato di balzo: c’era da aspettarselo. Era il sistema della Giovinezza che spreca la sua forza meravigliosa e la sua abilità in selvaggi e furiosi attacchi, opprimendo l’avversario con la propria forza e l’illimitato desiderio di gloria.

Sandel era vicino, lontano, qua, là, ovunque, con le gambe elastiche e col cuore ardente, miracolo vivente di carne bianca e di muscoli tesi che si logoravano in una abbagliante successione di attacchi: scivolando e balzando come una spola volante da un’azione all’altra, attraverso migliaia di azioni, tutte tendenti ad abbattere Tom King che si interponeva fra lui e la fortuna. E Tom King resisteva pazientemente: egli sapeva l’affar suo: la Giovinezza non avrebbe resistito a lungo. Non c’era nulla da fare fin che l’altro non si fosse un po’ esaurito, egli pensava, e rideva tra sé mentre deliberatamente faceva in modo di ricevere dei pesanti colpi sulla testa. Era una cosa semplice a farsi benché fosse ben lungi dall’accordarsi con le regole della boxe. Si pensava che un uomo dovesse prendersi cura delle proprie mani e se insisteva ad opporre ai colpi avversari il capo, lo faceva a suo rischio e pericolo. King avrebbe potuto abbassare meno il capo e fare in modo che i colpi andassero a vuoto, ma egli ricordava i suoi primi colpi e come avesse provato il primo sulla testa del Welsh Terror. Non faceva che scherzare col gioco. Quel suo abbassarsi aveva rovinato una delle nocche di Sandel. Ma Sandel non se ne accorgeva. Egli avrebbe proseguito superbamente senza riguardi, colpendo il più duramente possibile. Ma, in breve, quando i lunghi combattimenti avessero cominciato a renderlo esperto, avrebbe rimpianto quei colpi e si sarebbe guardato indietro, ricordando tutti i pugni assestati sul capo di Tom King.

Il primo round fu tutto di Sandel, mentre il pubblico era entusiasta dei suoi balzi turbinosi. Egli opprimeva King con una valanga di colpi, e King non faceva nulla: non colpì neanche una volta, limitandosi a parare i colpi, bloccando e abbassandosi e accusando i colpi ricevuti. All’occasione faceva delle finte, scuoteva il capo stordito, quando i pesanti colpi lo raggiungevano, senza salti né balzi, senza sprecare le forze! Sandel doveva sprecare la sua Giovinezza prima che la prudente Età potesse osare di rendere la pariglia. Tutti i movimenti di King erano lenti e metodici; movendosi lentamente, i suoi occhi, dalle palpebre pesanti, davano l’impressione ch’egli fosse semiaddormentato o stordito. Pure i suoi occhi vedevano tutto, abituati come erano a vedere tutto durante i vent’anni e più passati sul ring. Erano occhi che non ammiccavano o titubavano davanti a un colpo imminente, ma che vedevano freddamente e misuravano la distanza.

Seduto nel suo angolo, durante il minuto di intervallo, dopo la fine del round, King si appoggiò sulla schiena, con le gambe allungate e le braccia appoggiate all’angolo formato dalle corde, sollevando il torace e l’addome e respirando profondamente, inghiottendo l’aria prodotta dall’asciugamano del secondo. Con gli occhi chiusi, ascoltava le voci degli spettatori: «Perché non avete colpito, Tom? – urlavano alcuni. – Non avrete paura di lui, non è vero?».

«Muscoli pesanti» sentì commentare da un uomo seduto di fronte. «Non si può più muovere rapidamente. Due a uno su Sandel».

Il gong risuonò e i due uomini si avanzarono dai loro angoli. Sandel si avanzò in pieno a tre quarti di distanza, bramoso di ricominciare: ma King si accontentò di avanzare a una distanza più breve: continuava il suo metodo di economia. Non aveva potuto allenarsi bene, non aveva avuto abbastanza da mangiare, così che ogni passo contava per lui. Inoltre, aveva già percorso due miglia per recarsi al ring. Fu la ripetizione del primo round, con Sandel che attaccava come un turbine e il pubblico che si chiedeva indignato perché King non colpisse. Oltre le finte e parecchi colpi deliberatamente lenti e non nocivi, egli non faceva altro che parare, incassare ed entrare in clinch. Sandel aveva bisogno di fare il passo rapido, mentre King, spinto dalla sua saggezza, si rifiutava di assecondarlo. Egli ghignava con una certa furberia e continuava a risparmiare le sue forze con tutta la parsimonia di cui soltanto l’Età è capace. Sandel era la Gioventù e sprecava le sue forze col generoso abbandono della Giovinezza. King era pratico del ring, per la saggezza nata dalla lunga abitudine a dolorosi combattimenti. Egli guardava colla mente e gli occhi freddi, movendosi lentamente e aspettando che l’impeto di Sandel diminuisse. La maggior parte degli spettatori aveva l’impressione che King fosse perduto irremissibilmente, ed esprimevano la loro opinione offrendo tre a uno su Sandel. Ma vi erano alcuni saggi, pochi, che conoscevano il King dei vecchi tempi e che scommettevano per ciò che consideravano un guadagno facile.

Il terzo round cominciò come al solito, unilaterale, con Sandel che assaliva e colpiva. Era passato mezzo minuto, quando Sandel fiducioso, si scoprì. Nello stesso istante gli occhi di King e il braccio destro balenarono. Era quello il primo vero colpo, un hook con un movimento ad arco del braccio per irrigidirlo e con tutto il peso del corpo mezzo ruotato. Fu come un leone apparentemente addormentato che improvvisamente, in un lampo, sollevasse una zampa. Sandel, colpito a una guancia, si abbatté come un torello. Il pubblico ansante urlava approvazioni. Quell’uomo, dopo tutto, non aveva i muscoli rovinati e poteva dirigere un colpo come un martello.

Sandel era caduto. Si sollevò e tentò di alzarsi, ma gli acuti urli dei suoi secondi che contavano, lo arrestarono. Si appoggiò su di un ginocchio, pronto ad alzarsi e aspettò, mentre l’arbitro, vicino a lui, contava i secondi ad alta voce nel suo orecchio. Al nono, si alzò nella posizione di combattimento e Tom King, mettendoglisi di fronte, rimpianse che il colpo non fosse stato dato un pollice più vicino al punto buono della guancia. Ciò avrebbe significato un knock out ed egli avrebbe portato a casa le trenta sterline alla moglie e ai bambini.

Il round continuò fino alla fine dei suoi tre minuti, Sandel in un primo tempo, pieno di rispetto per l’avversario e King lento nei movimenti e con gli occhi semiaddormentati come sempre.

Quando il round stava per finire, King, avvertito di ciò dall’avvicinarsi dei secondi, pronti per saltare attraverso le corde, portò il combattimento vicino al suo angolo. E, quando il gong batté, egli sedette immediatamente sullo sgabello preparato, mentre Sandel dovette fare tutta la via diagonalmente per andare al proprio angolo. Era una piccola cosa, ma era appunto la somma di tante piccole cose che contava. Sandel fu costretto a fare molti passi di più, a sprecare maggiore energia e a perdere una parte del prezioso minuto di riposo. Al principio di ogni round King si staccava lentamente dal suo angolo, costringendo l’avversario ad avanzare da una distanza maggiore: e, alla fine del round, il combattimento era manovrato da King in modo che egli poteva immediatamente sedersi.

Si fecero due altri round nei quali King limitava con parsimonia gli sforzi e Sandel li prodigava. Il tentativo di quest’ultimo per obbligarlo ad affrettare il passo rese King inquieto, cosicché gran parte dei numerosi colpi che egli ricevette colpirono nel segno. Pure, King resisteva nella sua lentezza di movimenti, malgrado le grida delle giovani teste calde perché avanzasse e colpisse. Nuovamente nel sesto round Sandel si mostrò noncurante e nuovamente il terribile destro di King gli colpì la guancia: e nuovamente l’arbitro contò fino al nono secondo.

Al settimo round la baldanza di Sandel era diminuita ed egli si preparò a quello che sapeva essere il più difficile combattimento, secondo la sua esperienza. Tom King era un vecchio campione, ma il migliore che avesse mai incontrato; un vecchio campione che non perdeva mai la testa, che era notevolmente abile nella difesa, e dava colpi con l’impeto di un nodoso bastone, e aveva un knock out in ogni mano. Cionondimeno Tom King non osava colpire spesso. Non dimenticava mai le sue nocche rovinate e sapeva di dover lesinare ogni colpo se voleva che le nocche resistessero fino alla fine. Quando sedette nel suo angolo, guardando verso l’avversario, gli venne in mente che la sua esperienza sommata con la giovinezza di Sandel avrebbero formato un campione mondiale di peso massimo. Ma c’era una cosa: Sandel non sarebbe mai diventato un campione mondiale. Egli mancava di saggezza, e l’unico modo di acquistarla era di pagarla colla gioventù: e la gioventù si sarebbe esaurita per acquistare l’esperienza.

King si prendeva tutti i vantaggi che conosceva: non lasciava mai sfuggire l’opportunità di fare un clinch e, nel farlo, la maggior parte delle volte, la sua spalla affondava duramente tra le costole dell’altro. Secondo la tecnica del ring, una spallata valeva quanto un punch quanto a danno prodotto, ed era molto migliore per minore spreco di forze. Anche nei clinch King pesava sull’avversario e procurava di non lasciarlo, provocando così l’intervento dell’arbitro che li divideva, sempre assecondato dal Sandel che non aveva ancora imparato a riposare. Non poteva fare a meno di adoperare quei gloriosi colpi e i muscoli, e quando l’altro andava a fondo in un clinch, appoggiandogli la spalla nelle costole, rimanendo col capo sotto il braccio sinistro di Sandel, questi, invariabilmente, passava il destro dietro la schiena colpendolo in viso. Era un colpo destro, molto ammirato dal pubblico, ma non molto pericoloso ed era perciò molto dannoso a lui, poiché gli faceva sprecare le forze. Ma Sandel non era stanco né conosceva limiti. E King ghignava e resisteva accanitamente.

Sandel tirò un forte sinistro al petto, così che sembrò che King prendesse una grande quantità di punizioni; ma solamente i vecchi frequentatori del ring apprezzano il destro tocco del guanto sinistro di King contro il bicipite dell’altro, proprio un istante prima del colpo. Era vero: il colpo giungeva sempre a destinazione, ma, ogni volta, il suo potere era diminuito da quel tocco al bicipite. Al nono round, tre volte durante un minuto, il destro di King lanciò il suo arco alla mascella, e tre volte il corpo di Sandel, pesante com’era, fu messo al tappeto. E, ogni volta che scoccava il nono secondo, egli si alzava stordito e sconcertato, ma ancora forte. Aveva perduto molto della sua speditezza e sprecava meno le forze. Egli combatteva rabbiosamente, ma continuava a servirsi del suo patrimonio principale che era la Gioventù. Quello di King era l’esperienza. La vitalità di King era diminuita e il suo vigore logorato, ma egli aveva sostituiti l’una e l’altro con l’astuzia, con la pratica acquistata durante i lunghi combattimenti e con una rigorosa economia di forze. Non soltanto aveva imparato a non fare mai movimenti superflui, ma anche a fare in modo di spingere l’avversario a sprecare le proprie forze. Ripetutamente, con finte di piede e di mano e di corpo, continuò a trascinare Sandel, spingendolo a slanciarsi, abbassarsi o colpire. King stava fermo ma non permetteva mai a Sandel di fermarsi. Era quella la strategia dell’Età.

Al principio del decimo round, King cominciò ad arrestare la foga dell’altro con sinistri diretti al viso, e Sandel, divenuto circospetto, rispondeva stendendo il sinistro, poi abbassandolo e liberando il destro per dirigerlo con una rapida curva a un lato della testa. Il colpo era troppo alto per essere gravemente dannoso, ma quando per la prima volta giunse a destinazione, King provò la vecchia e ormai familiare impressione di un velo nero che gli scendesse sul cervello. Per un istante, o per la più piccola frazione di un istante, almeno, egli mancò. Nello stesso attimo non vide più il suo avversario né lo sfondo chiaro dei visi degli spettatori: ma, l’attimo dopo, vide di nuovo l’avversario e il pubblico. Fu come se avesse dormito per poco, poi riaperto gli occhi, e l’intervallo di incoscienza fu così microscopicamente breve, che non ebbe il tempo di cadere. Il pubblico lo vide barcollare e piegare i ginocchi, quindi riaversi e alzare il mento a riparo della spalla sinistra.

Sandel ripeté il colpo parecchie volte, stordendo in parte King, poi quest’ultimo cominciò la difesa che era pure un counter. Con una finta del sinistro, fece un mezzo passo indietro e, nell’istante medesimo vibrò un uppercut con tutta la forza del destro, e con tanta cura da colpire in pieno il viso di Sandel, il quale annaspò nell’aria e si gettò indietro colpendo il tappeto col capo e le spalle. Per due volte King eseguì quel colpo, poi rallentò e spinse l’avversario verso le corde. Non diede a Sandel modo di fermarsi o di rimettersi, ma tirò colpi su colpi finché il pubblico si alzò in piedi riempiendo l’aria di interrotte grida di approvazione. Ma la forza e la resistenza di Sandel erano superbe, ed egli continuò a stare in piedi. Sembrava certo un knock out e un capitano di polizia, chiamato per una severa punizione, salì sul ring per interrompere il combattimento. Ma il gong suonò la fine del round e Sandel si diresse vacillando verso il suo angolo, protestando col capitano di essere sano e forte. Per provarlo, egli fece due salti indietro e il capitano di polizia cedette.

Tom King, appoggiandosi al suo angolo, respirando con fatica, era deluso. Se il combattimento fosse stato interrotto, l’arbitro, per forza, lo avrebbe considerato vincitore ed egli avrebbe presa la «borsa». Contrariamente a Sandel, egli non combatteva per la gloria e la carriera, ma per trenta sterline. Ed ora Sandel, nel momento di riposo, si sarebbe riavuto.

La Gioventù vincerà! Queste parole passarono nella mente di King ed egli ricordò la prima volta che le aveva udite, la sera che aveva vinto Stowsher Bill. Il cameriere che gli aveva portato da bere dopo il combattimento, le aveva pronunziate battendogli sulla spalla. La Gioventù vincerà! Il cameriere aveva ragione, e in quella sera, vent’anni prima, egli era stato la Gioventù. Ora essa sedeva nell’angolo opposto. Egli aveva combattuto come l’altro, per mezz’ora, ma era vecchio: se avesse dovuto combattere come Sandel non avrebbe resistito un quarto d’ora. Ma l’importante era che l’altro non si riavesse. Quelle arterie gonfie e il cuore dolorosamente provato non avrebbero potuto ridargli le forze nell’intervallo fra i round.

E, fin dal principio, non aveva avuto forza sufficiente per cominciare. Le sue gambe erano pesanti e cominciavano a dolergli. Non avrebbe dovuto percorrere quelle due miglia per recarsi al combattimento. E gli era venuta meno la bistecca desiderata fin dal mattino. Un forte e terribile rancore nacque in lui per i macellai che non gli avevano fatto credito. Era dura, per un vecchio, andare a combattere senza avere mangiato abbastanza. E una bistecca era una così piccola cosa, questione di pochi scellini: pure, per lui, avrebbe significato trenta sterline.

Quando il gong annunciò l’undicesimo round, Sandel si avanzò mostrando una forza che realmente non aveva. King lo comprese: era un bluff vecchio come il gioco stesso. Egli si mise in clinch per salvarsi: poi, sciogliendosi, permise a Sandel di stabilirsi: era ciò che King desiderava. Fece una finta col sinistro, evitò la risposta abbassando il capo e rispose, curvandosi, con uno swing dal basso all’alto; poi fece mezzo passo indietro e vibrò un uppercut in pieno viso e spinse l’avversario sul tappeto, infliggendone molto di più, spingendo Sandel contro le corde, provando su di lui ogni sistema di colpi, evitando o respingendo i suoi tentativi di clinch. E ogni volta che Sandel avrebbe voluto cadere, mentre con un braccio lo sosteneva, con l’altro picchiava spingendolo contro le corde dove non poteva cadere.

Il pubblico, da quel momento, sembrava impazzito: ed era il suo pubblico. Quasi tutti gridavano: «Avanti, Tom. Picchia, picchia! Lo avete vinto!». Sarebbe stata una fine turbinosa ed era per questo che il pubblico del ring pagava.

E Tom King, che per mezz’ora aveva risparmiato le sue forze, ora le sprecava con prodigalità, con tutto lo slancio di cui poteva disporre. Era l’unico suo scampo; o in quel momento o mai più. La sua forza svaniva rapidamente, ed egli sperava prima che essa finisse, di potere mettere knock out l’avversario. Mentre continuava a colpire con forza e calcolava freddamente il peso dei suoi colpi e la qualità del danno prodotto, si accorse di tutta la difficoltà con la quale un uomo avrebbe potuto mettere knock out Sandel. Questi possedeva resistenza e forza vitale al sommo grado: le forze vergini e la resistenza della Giovinezza. Sandel aveva certamente un grande avvenire: lo si capiva. Soltanto da queste vigorose fibre si formano i pugilatori.

Sandel vacillava e barcollava, ma le gambe di Tom King avevano i crampi e le sue nocche si indurivano. Pure si accaniva a colpire con forza e ogni colpo gli faceva dolorare le mani torturate. Benché praticamente non ricevesse punizioni, si indeboliva rapidamente come l’avversario. I suoi colpi giungevano a destinazione ma non erano più efficaci e ognuno di essi era il risultato di un grande sforzo di volontà. Le sue gambe sembravano di piombo ed egli le trascinava in modo visibile; così che Sandel, avvertito da questo sintomo, cominciò a riprendere coraggio.

King stava per scoppiare dallo sforzo. Tirò due colpi successivamente; un sinistro, inutile perché, troppo alto, al plesso solare e un cross destro alla mascella. Non erano colpi pesanti, pure, Sandel era tanto debole e stordito che si abbatté tremando. L’arbitro gli si avvicinò contandogli i fatali secondi nell’orecchio. Se prima del decimo secondo non si alzava, il combattimento era perduto. Il pubblico rimase in silenzio: King restò fermo sulle gambe tremanti. Provava una vertigine mortale e, davanti ai suoi occhi, il mare delle facce ondeggiava, mentre al suo orecchio giungeva, come da una grande distanza, la voce dell’arbitro che contava. Pure considerava il combattimento come vinto. Era impossibile che un uomo punito in tal modo potesse rialzarsi.

Soltanto la Gioventù poteva farlo e Sandel si alzò. Al quarto secondo si voltò supino e brancolò ciecamente in cerca delle corde. Al settimo si era alzato sui ginocchi e così rimase col capo che gli girava sulle spalle come a un ubriaco. Quando l’arbitro contò «Nove» Sandel si alzò nella posizione propria di difesa, col braccio sinistro all’altezza del viso e il destro all’altezza dello stomaco. Così i punti vitali erano difesi, mentre egli si slanciava verso King nella speranza di mettersi in clinch e guadagnare più tempo.

Nel momento in cui Sandel si alzò, King gli fu sopra, ma i due colpi che gli vibrò furono insufficienti, data la posizione di difesa. Un momento dopo Sandel era in clinch e resisteva disperatamente mentre l’arbitro si sforzava di separare i due uomini. King lo aiutava per liberarsi. Egli sapeva con quale rapidità la Gioventù si può riavere e sapeva anche che Sandel sarebbe stato vinto se egli avesse potuto impedire che si riavesse. Sandel si liberò dal clinch, bilanciò per un attimo tra la disfatta e la vittoria. Un buon colpo lo avrebbe rovinato, e Tom King, in un lampo di amarezza, ricordò la bistecca con desiderio di averla prima di vibrare quel colpo indispensabile. Egli prese forza per il colpo, ma questo non fu abbastanza pesante e non abbastanza rapido. Sandel traballò ma non cadde, barcollando verso le corde ma resistendo ancora. King barcollò dietro a lui e con una angoscia simile a quella della dissoluzione, vibrò un altro colpo. Ma il suo corpo lo aveva tradito. Gli rimaneva soltanto l’intelligenza dei colpi, che era però diminuita e velata dalla stanchezza. Il colpo diretto alla guancia non arrivò più in su della spalla. Egli avrebbe voluto che fosse più alto, ma i muscoli stanchi non avevano potuto ubbidire. E, per l’impeto del colpo, lo stesso Tom King vacillò e fu per cadere. Questa volta, mancato completamente il colpo, per la grande debolezza, cadde contro Sandel e gli si avvinghiò trattenendolo per non cadere egli stesso sul pavimento.

King non cercò di liberarsi. Aveva scoccato il dardo: egli era finito. La Giovinezza aveva vinto. Anche nel clinch poteva sentire Sandel diventare più forte contro di lui. Quando l’arbitro li divise, vide la Giovinezza che si era riavuta. Sandel diventava più forte di minuto in minuto. I suoi pugni, deboli e di poca entità da principio diventavano duri e precisi. Gli occhi offuscati di King videro il pugno inguantato diretto alla sua guancia e volle ripararsi col braccio. Vide il pericolo, volle l’atto, ma il braccio fu troppo pesante. Esso sembrava carico di cento libbre di piombo. Non voleva sollevarsi, ed egli cercò di sollevarlo con l’anima. Poi il pugno guantato giunse a destinazione. King provò il duro colpo simile a una scarica elettrica e, simultaneamente, fu circondato dalla oscurità.

Quando riaprì gli occhi, era nel suo angolo e udiva il vociare del pubblico come il mormorìo delle onde di Bondi Beach. Una spugna gli era spremuta alla base del cranio e Sid Sullivan gli gettava acqua fresca sul viso e sul torace per rinfrescarlo. I guanti gli erano già stati tolti, e Sandel, curvo su di lui, gli stringeva la mano. Non provava rancore per l’uomo che lo aveva vinto, ed egli restituì la stretta con una forza che fece protestare le sue nocche. Poi Sandel si fermò al centro del ring mentre il pubblico faceva cessare il pandemonio per udir accettare la sfida del giovane Pronto e offrire l’aumento della posta a cento sterline. King guardava apaticamente mentre i suoi secondi asciugavano l’acqua che scorreva su di lui, gli nettavano il viso e lo preparavano all’abbandono del ring. Aveva fame: sentiva non il rodimento, ma un grande sfinimento, una palpitazione allo stomaco che si comunicava a tutto il corpo. Egli ricordava il momento del combattimento, in cui Sandel si piegava e vacillava, a un passo dalla disfatta. Ah, con quella bistecca l’avrebbe fatto! Era quello che era mancato per il colpo decisivo e aveva perso. Tutto per quella bistecca.

I secondi lo portarono quasi di peso per aiutarlo a oltrepassare le corde. Ma egli si liberò e le oltrepassò senza aiuto, scivolando pesantemente sul pavimento. Poi seguì i loro passi mentre gli aprivano un varco attraverso la sala affollata.

Mentre abbandonava lo spogliatoio per uscire in istrada, all’ingresso della hall un giovanotto gli parlò:
«Perché non lo avete colpito quando avreste potuto?» gli chiese.
«Oh! Andate all’inferno!» rispose Tom King, e continuò il cammino.

Le porte del caffè sull’angolo erano aperte ed egli vide i lumi e le cameriere sorridenti: udì molte voci discutere il combattimento e il tintinnio delle monete alla cassa del bar. Qualcuno lo chiamò per offrirgli un bicchiere. Egli esitò percettibilmente, poi rifiutò e proseguì la sua strada.

Non aveva un soldo in tasca, e le due miglia che doveva percorrere per andare a casa gli sembravano molto lunghe. Certamente invecchiava. Traversando il Domain, si sedette improvvisamente su di una panca, snervato dal pensiero della moglie che lo aspettava alzata per sapere l’esito del combattimento. Era una cosa più dura di qualunque knock out, e gli sembrava impossibile affrontarla.

Egli si sentiva debole e malato e il dolore delle nocche rovinate lo ammonì che, anche se avesse trovato da lavorare al porto, ci sarebbe voluto una settimana prima di poter maneggiare un mazzuolo o una pala. La debolezza allo stomaco lo nauseava. La sua sventura lo opprimeva e gli occhi gli si inumidivano, insolitamente. Si coprì il viso con le mani e, mentre piangeva, ricordò Stowsher Bill e come lo avesse servito quella sera, molti anni prima. Povero vecchio Stowsher Bill! Ora poteva comprendere perché avesse pianto nello spogliatoio.

Jack London