Suburra: una lotta per lo spazio e per il potere

Per la prima volta dal suo arrivo nel nostro paese Netflix ha deciso di produrre una serie italiana: si tratta di Suburra, ispirata – come il film di cui rappresenta il prequel – al romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini.
L’elemento davvero potente di questa serie tv è proprio la storia; non c’è spazio per super effetti speciali o tecnicismi visivi, la storia è ben centrata e occupa davvero tutto lo spazio del piccolo schermo. È un elemento corposo e imponente: una narrazione corale, che vede in tutti i suoi protagonisti il vero punto di forza di questa serie. Suburra, infatti, intreccia tutte le storie dei personaggi, ognuno a suo modo protagonista, mostra il volto complesso di una città che dal punto più alto crolla giù negli abissi.
Quando il racconto si svolge nella “parte alta” della città, nella Roma borghese (non meno oscura di quella periferica) talvolta si sfiora per somiglianza con un altro racconto su schermo che ha provato a mostrare il lato “nell’ombra” della capitale, ovvero La Grande Bellezza di Sorrentino. Le similitudini appaiono soprattutto su un piano visivo: lo sguardo rivolto alla città ha un taglio molto inconsueto: i simboli identificativi appaiono tutti, eppure sembrano essere visti in una maniera nuova: la necessità di raccontare qualcosa di sepolto conduce a risultati a tratti simili, senza dimenticare che il pubblico a cui si rivolge non è solo italiano.

Nella produzione Netflix ovviamente il discorso è molto più articolato e leggermente meno interiore rispetto alla pellicola di Sorrentino, e si sposta, invece su un piano sociale e politico: Aureliano, Alberto “Spadino” Anacleti, Lele, Sara Monaschi, Samurai e Amedeo Cinaglia rappresentano la dimensione sommersa di una città enorme e complessa che, come dice Cinaglia non si può governare, al massimo amministrare; proprio come i protagonisti di Suburra. Nessuno di loro, infatti, riesce a stare al guinzaglio, sbraccia cercando di mettere i piedi in testa e scalzare il  potere e l’autorità a cui le regole del proprio microcosmo impongono di sottostare. Nessuno di loro esclude la violenza dai suoi comportamenti e ognuno di loro ha l’ambizione del potere assoluto, non si accontenta del piccolo spazio da ritagliare attorno alla propria dimensione. La loro storia personale, in realtà, fa la storia di una città che essendo la capitale, detta le regole di un interno Paese, come in una sorta di gioco di scatole cinesi. Malavita, Chiesa, Stato: un unico filo unisce le ambizioni di questi personaggi: dei terreni ad Ostia su cui tutti vogliono mettere le mani per speculare in modo illecito. Il centro della città, con i suoi sfarzi e i suoi eccessi, nella sua corsa verso il potere, punta le mani sulla periferia perché il volto della Roma bene non si può sporcare: può fare affari ma deve sempre e comunque mantenere una facciata di decoro, nascondere il marcio sotto il tappeto.

Solo due dei protagonisti appartengono davvero alla periferia e Spadino appartengono realmente: quei territori sono i loro e oltre alle guerre personali e interiori si introducono quelle “di territorio”. Questi due personaggi – che anche nel film hanno un ruolo centrale – hanno una sorta di legame speciale: Alberto appartiene a una famiglia di sinti “gli zingari” che cercano di ritagliarsi un ruolo nella malavita locale ma non si sente per nulla legato a loro, anzi, vuole in tutti i modi ribellarsi e sganciarsi dal branco. Costretto a un matrimonio che inizialmente non vuole, a sottostare a regole della sua comunità che vive racchiusa in un unico ambiente soffocante, Spadino vuole scappare, ma il richiamo del potere sarà sempre più forte. Per la piega che prendono gli eventi Aureliano, figlio del capo del clan che domina Ostia, si configura fin da subito come il suo nemico, ma il senso di ribellione, i loro problemi familiari (che, stando nella dimensione della delinquenza possiamo immaginare di che tipologia possono essere) vanno oltre e li portano a unirsi. Una sorta di dualità negativa che non riesce a scindersi e su questo curioso legame, si racchiude la parte più intensa della storia.

Suburra si chiude, ma fa pensare che ci sarà un seguito: questi personaggi che definirei vagamente Shakespeariani danno vita a una serie tv davvero avvincente che sicuramente riuscirà ancora a sviluppare il suo racconto. Fino a Suburra le produzioni italiane di eccellenza erano sempre legate a Sky: Gomorra e The Young Pope ne sono un esempio, e non è un caso, mi sa, che tra i tre prodotti ci siano effettivamente delle somiglianze e delle convergenze: i peccati d’animo e terreni della Chiesa, il legame razionalmente inspiegabile che porta a tenere in vita il nemico che tiene insieme Ciro e Genny e Aureliano e Spadino, sono solo due delle similitudini che saltano subito all’occhio.
Insomma, l’Italia ha una sua strada  per raccontare bene –anche sul piano tecnico – e aprirsi una piccola strada nel primato tutto americano delle serie tv di successo.

Anna Giordano