Racconto: Ego – Maurizio Vicedomini

Il racconto di Maurizio Vicedomini è tratto dalla raccolta Ogni orizzonte della notte (Augh, 2017).
Su Grado Zero si è parlato di questo libro qui.


«All’inizio era tutto così semplice. Non lo so cos’è cambiato, se io, se lei, se è stato il mondo a cambiare. Non lo so davvero. Avevo una scatola in cima alla libreria. Ci tenevo i libri che le compravo durante l’anno con quei pochi soldi che avevo, e li conservavo con cura fino al suo compleanno o a Natale. Il resto dei soldi se ne andava in benzina, per vederla una sola volta a settimana. Ma stavamo bene. Era tutto così semplice».

«Mi riempiva di attenzioni. Non sapevo dove prendeva i soldi per farmi tutti quei regali. Certo, erano libri, costavano poco. Però… ero felice. Non mi è mai interessato quanto spendesse. Era importante che pensasse a me».

«Lei era così, si accontentava di poco. L’ho sempre apprezzato, gliene ero grato. Volevo portarla in giro per il mondo, a vedere New York – oh, quanto ci voleva andare – e magari portarla fuori a cena tutte le sere, con regali meno importanti, ma più costosi, delle Città invisibili di Calvino. Non che fosse lei a chiederli, ma avevo quel sesto senso che mi lampeggiava nel cervello, e mi diceva che maggiore è il sacrificio, più grande è l’apprezzamento. In termini economici, sentivo di dover spendere il più possibile per farle capire che l’avevo pensata intensamente. Ma non era un pensiero conscio, un obbligo, ne avevo voglia davvero. Dopo l’università, ad esempio, mi trovavo a passare per le bancarelle. Certo, erano sempre libri, ma ogni giorno sentivo il desiderio irrefrenabile di comprargliene qualcuno, anche se non c’erano quelli che voleva leggere. Forse il mio era un meccanismo di autodifesa, ma puntualmente al mattino dimenticavo di aggiungere contanti al portafogli, e dovevo rinunciare per non restare senza i soldi per il biglietto di ritorno».

«Voleva essere ricco, ma non per se stesso. Lo faceva perché si sentiva in obbligo verso di me, voleva che avessi tutto ciò che desideravo. Penso che se fosse dipeso da lui, sarebbe stato felice con un libro nuovo ogni volta che ne finiva uno».

«Non lo so quando sono cambiate le cose».

«Poi è arrivato il successo. Una grande casa editrice, distribuzione capillare, presentazioni in giro per l’Italia».

«All’inizio mi accompagnava. Poi ebbe una promozione sul lavoro, e con maggiori responsabilità non poté più allontanarsi molto spesso. Divenne normale che andassi da solo per città lontane e che tornassi dopo una notte passata in un albergo pagato dall’editore. Mi sarebbe piaciuto averla con me, ma non si poteva. Che dovevo fare?».

«Ma più di tutto è arrivata la responsabilità. Sentiva un peso sulle spalle tutte le volte che si sedeva al computer per scrivere. Non me lo diceva, ma lo capivo. Ormai avevo imparato a leggerlo come avrei fatto con uno dei suoi libri».

«Era un po’ la maledizione che colpiva qualunque autore di successo. Un bestseller e subito ci si aspetta che ne sforni un altro. Certo, questo non vale per quei vip che da un giorno all’altro decidono di scrivere un libro. Loro vendono perché hanno un nome, chi se ne frega se poi hanno scritto un elenco telefonico. Ma quando sei uno sconosciuto che arriva alla grande pubblicazione con un libro osannato dalla critica e dalle vendite… beh, è diverso. Sei una sorta di promettente genio, futuro Nobel per la letteratura o chissà cos’altro. E se ti azzardi a scrivere un libro appena una virgola sotto le aspettative… sei finito. Il primo sarà stato solo fortuna e forse una vita di lavoro non basterà per rimediare a quell’unico errore».

«Poi c’era la faccenda del libro dell’anima».

«Partivo con un grande handicap, e me ne rendevo conto ogni giorno di più. Non avevo trovato il mio libro dell’anima. Quel libro che un lettore legge un giorno qualunque della sua vita, e da quel momento in poi l’accompagnerà fino all’ultimo dei suoi respiri. Quel libro che anche chi non rilegge i romanzi l’avrà finito almeno dieci volte. Ecco, io quel libro non l’avevo trovato. E toglievo tempo a tutto il resto per leggere sempre di più, sempre più in fretta, sperando di trovare quel libro che avrebbe significato una svolta. Non era una faccenda romantica. Non lo cercavo per qualche motivo filosofico. Ma senza un libro che mi colpisse talmente a fondo da scolpirsi intorno al mio essere, non sarei mai riuscito ad accedere a quelle note che avrebbero tramutato un bel libro in un capolavoro. E ne avevo bisogno proprio per il mio romanzo seguente. Ma non lo trovavo. E più non lo trovavo, più leggevo».

«Diventava un fantasma. Si svegliava, andava al lavoro, tornava e si metteva al computer o sulla poltrona – entrambi nella nostra biblioteca personale – e andava avanti fino a notte fonda, dormendo quattro o cinque ore al massimo, e con brevi stacchi per grigie cene».

«Cominciai a sentirla più fredda. Prima s’interessava molto a quello che scrivevo, e c’è stato un lungo periodo in cui passavamo le serate intere su due poltrone vicine, circondate da librerie ricolme, a leggere ognuno il proprio libro. Ogni tanto alzavamo lo sguardo, e i nostri occhi si incontravano. Non serviva altro. Era tutto semplice e bello. Poi questo non le è bastato più».

«Mi sentivo sola anche quando era nella mia stessa stanza».

«Era così sfuggente che a volte non ne notavo la presenza».

«Anch’io avevo un lavoro. Anch’io tornavo a casa stanca, ma sembrava non capirlo. O forse non gli importava più. Quelle poche parole che ci scambiavamo vertevano sui libri – suoi o di altri – e sul fatto che il suo lavoro mondano gli rubava troppo tempo, che lo odiava, e che non era ciò che voleva fare. Ma non lo poteva lasciare, perché in un periodo di crisi economica qualunque lavoro era una manna dal cielo, e così sera dopo sera tornava con un neurone nervoso in più».

«Certo, il mio sogno era sempre stato scrivere. E ce l’avevo fatta. Ma non era sufficiente per vivere di scrittura, e così durante gli anni della laurea avevo maturato il desiderio di insegnare. Non al liceo o – peggio – alle scuole inferiori. Volevo insegnare all’università. Se insegni alle superiori ci sono quei dannati programmi ministeriali che ti fanno passare per bibbie. Devi fare questo, devi fare quello. Ritengono importanti le vite degli autori come se si dovessero studiare quelle, piuttosto che le opere. E se provi a parlarci, con un professore del genere, ti ride in faccia, dice che non hai capito niente. Dice che è importante che i ragazzi sappiano che il Tasso andava in bagno la sera invece della mattina. E intanto al quinto anno a stento si arriva a Montale. Studenti diplomati che escono dagli istituti superiori senza conoscere gli ultimi cinquant’anni di letteratura italiana».

«Si lamentava di continuo della situazione dei licei. Una sera lo trovai particolarmente loquace, e mi confidò che era difficile far capire quello che intendeva. Mi disse che era d’accordo nel far conoscere – ad esempio – la disillusione di Foscolo su Napoleone, così da capire meglio I sepolcri. Ma tutte le notizie secondarie, quelle che non avevano alcuna importanza per le opere, erano da abolire. Per chi era interessato, ci sarebbe stato il manuale e numerose biografie pronte sull’argomento. Quella sera parlammo a lungo, come non facevamo da tanto tempo. Mi raccontava di come all’università il professore potesse trasmettere la propria esperienza, e di come fosse l’unica cosa importante. I manuali, diceva, sono accessibili a tutti. La differenza sta nel sentire le parole di qualcuno che a quell’argomento ha dedicato la sua vita. E io lo ascoltai, mi aggrappai a ogni singola parola, e a ognuna confidai una piccola speranza. Quella sera ridemmo molto. Fu come un tuffo nel passato. Era un venerdì».

«Era il novembre del 2012 quando uscì il mio secondo libro. Il giorno della presentazione, il day one, pioveva a dirotto. A guardare la pioggia dal finestrino, sembrava una qualche animazione di bassa lega messa in loop. L’acqua fluiva sulle strade come un basso fiume e gli alberi appesantiti resistevano al vento. Lei era riuscita a liberarsi, ed era con me. Non guidavo, perché ero troppo nervoso, come sempre».

«Aveva ancora quella sua ansia…».

«Ma ero solo nervoso, per fortuna l’ansia l’avevo superata da tempo».

«Non era da attacco di panico, e forse era proprio per il suo pudore che ce l’aveva. Quand’era preoccupato o teso doveva correre in bagno. E più gli dava fastidio doverci andare fuori, più era preoccupato che accadesse. Un circolo vizioso che gli faceva salire l’ansia ogni volta che uscivamo di casa. Quand’eravamo ancora fidanzati l’aveva sconfitta. Si era intestardito e aveva passato tre mesi in strada, tornando solo per dormire. Una sorta di terapia d’urto. Durò finché non riprese la vita sedentaria. Da lì, sebbene non volesse ammetterlo, tornò a essere ansioso».

«C’era tanta gente, molta di più del day one del mio precedente libro. Mi sentivo male, ma doveva essere qualcosa che avevo mangiato. Corsi in bagno e ci restai per almeno venti minuti. Quando uscii, venni a sapere che mi stavano cercando da un po’. Non avevo detto neanche a lei dove stavo andando, perché era fissata con la storia dell’ansia. Quando mi trovarono, mi spinsero in fretta sul palchetto montato per l’occasione, mi misero un microfono in mano. E c’era tanta gente. Troppa. Diamine, se avessi voluto stare al centro dell’attenzione, probabilmente avrei continuato le lezioni di chitarra. Ma ormai l’industria editoriale vuole che uno scrittore sia anche un oratore. E io oratore non lo sono mai stato. S’inceppa la lingua appena voglio dire qualcosa di un po’ più complesso. Mi servirebbe un gobbo con le risposte prestampate, ma sarei capace di sbagliare anche a leggere. Comunque la presentazione non andò male, me la cavai in qualche modo. Forse chi era lì si aspettava le parole di un intellettuale ma, beh, io rispondo solo della mia scrittura. Se mi costringono a parlare, la colpa non è certo mia».

«La presentazione andò malissimo. Aveva avuto l’aspetto di un ragazzino alla sua prima apparizione in pubblico, impacciato, timoroso, timido. Però alla fine vendette decine di copie, che in un’occasione del genere è il limite minimo, specie con un grande editore».

«Dopo gli autografi, fui felice di tornare a casa. Guidò di nuovo lei. Lungo il tragitto volle parlarmi. Mi disse “senti un po’…”, e quando lo dice non è mai un buon momento. Ma ero stanco, e non avevo le parole per rinviare. Accettai il fiume delle sue obiezioni».

«Gli proposi di esercitarsi, forse fare teatro nei week-end. Qualcosa che l’aiutasse a parlare in pubblico. Nulla di eccessivo, in un modo assai pacato. Mi tenne il broncio per i due giorni seguenti».

«Mi disse che non sapevo parlare in pubblico, e che era necessario imparare. Che sembravo un ragazzino. Altri al mio posto si sarebbero offesi, ma io le so accettare le critiche. Annuii e restai pensieroso, cercando di capire come risolvere quella faccenda. Lei, invece, mi guardava in modo strano. Non ho mai capito cosa volessero dirmi i suoi occhi».

«Penso che i problemi non fossero così grandi. Forse eravamo noi a non essere pronti. Lui perso fra editori, libri, presentazioni e la sua soffocante aspettativa, e io desiderosa delle piccole cose. Sentivo freddo. Sempre. Una volta glielo dissi, il gennaio seguente, ma non capì. Mi rispose che avrebbe sostituito la caldaia appena possibile, perché era ormai vecchia e non ce la faceva. Ma io ero ancora giovane, e già non ce la facevo».

«Non lo so quando abbiamo imboccato una strada irreversibile. Non lo so proprio. Mi è passato tutto davanti, e forse un po’ è anche colpa mia. Voglio dire, forse ero troppo preso dal mio sogno, dal mio lavoro, e forse non ho visto qualche segnale da parte sua. Ma non sono mai stato bravo con le persone, io. E lei lo sapeva. Io le persone non le capivo. Alle medie me ne stavo sempre da solo, mentre gli altri giocavano e scherzavano, palpavano le ragazze che, di contro, non sembravano troppo risentite. Ero il bersaglio dei bulli, idioti che si sentivano importanti per avere un cognome di un malavitoso, e dei loro seguaci, ancora più idioti. Ma non il bersaglio stupido, quello da prendere in giro e che scoppiava a piangere in silenzio, senza reagire. Io ero quello che sì, piangeva, ma dopo, per l’adrenalina. Quello che non alzava le mani se non lo toccavano, ma che aveva colpito un bamboccio con una sedia perché gli aveva fatto cadere il panino. Non ero pazzo, comunque. Sono stati tre anni d’inferno. Dopo tre anni una bella sedia nella schiena era la risposta alla goccia che aveva fatto traboccare il vaso della mia sopportazione. O almeno, così mi era sembrato all’epoca. Allora, come adesso, volevo solo essere lasciato in pace. Avere una vita tranquilla.
Ma non ho mai imparato a trattare con le persone. Anche lei, a volte, voleva fare il giochetto del “non ti dico cos’ho”. Ma con me non funzionava. Non lo capivo mai, e lei s’arrabbiava. Ogni volta le spiegavo quanto sarebbe stata semplice la vita, se solo mi avesse detto senza incertezze quali erano i suoi pensieri, i suoi problemi. Ma con la gente non funziona così, purtroppo».

«Non mi capiva. Non so se fosse un problema mio, una qualche mia mancanza, o se era lui a non guardare con sufficiente attenzione. Dopo quel secondo libro ne seguì un terzo, ma se la sua carriera andava sempre meglio, il nostro rapporto era ormai agli sgoccioli. Vivevamo in casa come due estranei, come fossimo solo coinquilini. Dormivamo inerti nello stesso letto, senza un contatto, nulla più di un freddo “Buonanotte”. C’era stato un tempo, un lungo tempo, in cui si finiva a letto anche nel bel mezzo della giornata, o appena tornati dal lavoro, e si stava lì finché non eravamo troppo stanchi per continuare. Spesso abbiamo saltato la cena senza rimorsi. E quando era tempo di dormire, si girava sempre verso di me – nei mesi invernali – e mi abbracciava. Era il momento più caldo della giornata, e rigeneravo le mie energie con il suo calore. Ma divenne il più freddo, proprio perché in passato vi aveva bruciato un sole così forte. Mi manca».

«Non lo so proprio perché è andata a finire così. È come se un bel giorno tutto fosse finito di punto in bianco. D’accordo, non era il nostro miglior periodo, ma…».

«Quando fu il momento di parlargli per l’ultima volta, lessi nei suoi occhi il vuoto».

«Venne da me. Non disse “senti un po’…”, ma “dobbiamo parlare”. Capii che la situazione era seria».

«Gli dissi tutto. Che non c’era più per me, che mi sembrava di vivere con un estraneo, che in casa sentivo un freddo più pungente di una notte di Natale passata per le strade. Gli dissi che rimpiangevo i vecchi tempi, fatti di sogni e speranze, quando ci bastava stare insieme, stesi su un divano abbracciati, e tutto il resto del mondo sarebbe potuto svanire in polvere di stelle. Gli dissi tutto. Ma i suoi occhi restarono vuoti. Era come se gli stessi dicendo che gli asini volano. Era caduto dalle nuvole, non si era accorto di nulla. E allora capii quanto poco avevo significato per lui in quell’ultimo periodo, se non si era nemmeno accorto di quanto tacessi – quando prima ero solita parlare – e di quanto mi avesse escluso dalla sua vita fatta di libri da leggere e scrivere, di editori, di presentazioni.
Volevo più attenzioni per me. Forse era un desiderio egoista, ma gli uomini e le donne non possono vivere solo di cibo e denaro. Io non posso. Non mi era rimasto nulla da cui tornare, ma anche ciò che lasciavo era divenuto un nulla. E non c’è niente di peggio di trovarsi con le mani vuote quando credevi di avere il mondo intero».

«Mi sono sempre piaciuti i racconti con un finale triste. Capivo da me che un lieto fine non poteva competere con il senso di vuoto che lascia nel lettore una morte, una grande tristezza. Scrivevo di cose tristi come se volessi esorcizzare la possibilità che potessero capitare a me. Un po’ come quando si sogna la morte di qualcuno, e si pensa di avergli allungato la vita. Il solito modo per non sentirsi in colpa a causa di vecchie superstizioni radicate in noi con più profondità della nostra stessa lingua. E invece quando se ne andò, senza attendere risposta a quella domanda non pronunciata dopo la piena apertura dei suoi pensieri, mi sentii in colpa, come se l’aver scritto di due amanti che si lasciano mi avesse condannato a quello che stavo vivendo. Come se avessi in un certo senso predetto il futuro. Mi sentivo artefice della mia sofferenza. E non perché avessi fatto o non fatto qualcosa, ma perché avevo scritto su un foglio digitale la storia intrecciata di due amanti che vedevano il proprio amore svanire.
Se n’era andata senza attendere una risposta, come se l’avesse letta nei miei occhi. E ora io non lo so che fine ha fatto. Non lo so se è ancora in città, se è tornata dai genitori. Non lo so. Non so niente. Ma da quando se n’è andata, io non scrivo più. Il libro dell’anima non l’ho trovato, ma non leggo più. E i romantici potrebbero pensare che è perché la mia musa mi ha lasciato, ma non è così. Le poesie, le cazzate varie che non sono legate con la realtà dei fatti, non mi sono mai piaciute. Non perché non trovassi piacevoli o addirittura convincenti le immagini poetiche, ma perché ero solito vedere la poesia nella vita di tutti i giorni, nella prosa, in un paesaggio, nella pioggia che ti blocca nel traffico, nelle farmacie con quegli odori malaticci. E la poesia scritta mi appariva come una sorta di poesia al quadrato, un qualcosa di troppo melenso e zuccheroso che non riuscivo a sopportare. Adesso, invece, la poesia del mondo è sparita. È questo che mi ha bloccato. Non me ne frega più niente se piove o c’è il Sole. Non esco più di casa, non annuso più l’aria della farmacia di quartiere, né mi soffermo alla finestra a guardare gli alberi smossi dal vento. Non me ne frega più. E solo adesso mi viene in mente che era così prima di conoscerla. Che i paesaggi non mi avevano mai detto nulla, che il vento non mi aveva mai parlato, né la pioggia, sussurrandomi di sensazioni che potessi tramutare in parole. Con lei se n’è andata la visione del mondo che avevo cercato nei libri e che avevo scolpito nei miei scritti. Quel mondo ora non esiste più, e io non posso più descriverlo.
Ora ci sono solo io, al buio. E fa freddo».

Maurizio Vicedomini