Su Bianca Pitzorno e sul perché gli adulti dovrebbero leggere libri per bambini

Non molto tempo fa ha suscitato interesse e scalpore la pubblicazione del libro Storie della buonanotte per bambine ribelli, di Elena Favilli e Francesca Cavallo, che ha visto le stampe in febbraio grazie a una portentosa adesione a un progetto di crowdfounding su Kickstarter. Il dibattito scaturito dalla pubblicazione, effetto o forse causa del suo enorme successo editoriale, altalenava tra lodi e critiche.

L’accusa più battuta era quella di «sessismo al contrario»: perché tagliare fuori i bambini, entrando in contraddizione con la pretesa di sfidare gli stereotipi di genere? Non è mancato chi, come la Murgia, ha lamentato anche l’eccessiva semplificazione delle biografie, e in effetti non è facile rendere storie della buonanotte vite reali di donne straordinarie, e il progetto necessita un lavoro di difficile equilibrismo che, se apprezzabile nei tentativi, risulta rischioso nei risultati.

Ma prima della Favilli, prima della Cavallo, prima di Kickstarter, una giovane giornalista, traduttrice e scrittrice sarda diede impulso e vita al mondo dei libri per bambini e ragazzi. Stiamo parlando, naturalmente, di Bianca Pitzorno.

Una delle prime pubblicazioni della Pitzorno, nata a Sassari nel 1942, laureata in lettere classiche e specializzata a Milano in cinema e comunicazione, in effetti ha qualcosa a che fare con il messaggio che tentano di veicolare la Cavallo e la Favilli. Il romanzo in questione è Extraterrestre alla pari ed è stato pubblicato dalla casa editrice La Sorgente nel 1979.

Brevemente la sinossi: in una città che potrebbe essere italiana, una coppia di coniugi, gli Olivieri, ha intenzione di adottare un “alieno” per una decina d’anni. C’è infatti un pianeta, Deneb, con il quale gli esseri umani hanno rapporti amichevoli, ed è possibile organizzare con i suoi abitanti, che hanno aspetto pressoché identico a quello dei terrestri, una sorta di scambi culturali. Arriva dunque, con i suoi genitori, Mo: ed ecco la prima, sgradevole scoperta per gli Olivieri. Su Deneb il sesso di una persona viene scoperto soltanto al compimento dei 18 anni, e prima di quella data a poco importa essere maschio o femmina. Manco a dirlo, per i terrestri questo è un dramma: come sapere in che modo educare qualcuno, se non si sa nemmeno se è maschio o femmina? Per dirla in totale franchezza, Mo dovrà star seduta composta e aiutare mamma a sparecchiare o potrà strapparsi i pantaloni giocando a calcio ed evitare ogni faccenda domestica?

Un bambino che legga Extraterrestre alla pari, assorbito completamente nella storia, arriva a chiedersi gradualmente: ma davvero il sesso di una persona è così importante? E ridendo, e prendendo in giro tra sé e sé gli altri esseri umani, tra cui – e se accade tanto meglio – anche se stesso, impara da Mo e dagli Olivieri più di quanto potrebbero fare molti discorsi preimpostati di genere e sesso.

Il titolo che detti in origine al romanzo era Mo di Marte. Era il primo e resterà l’unico dei miei libri (ad oggi) scritto senza un previo accordo con un editore. Sapevo che non sarebbe stato facile farlo pubblicare. Il tema […] non veniva ritenuto adatto a un pubblico giovanile.
Le timide proposte che azzardai mi rivelarono che per gli editori ‘tradizionali’ il mio era un libro scandaloso. Invece per gli editori ‘progressisti’ risultava ‘femminismo di piccolo cabotaggio’; quelli di Mo ‘piccoli problemi della piccola età’.

Extraterrestre alla pari non è un’opera solitaria. L’intera produzione della Pitzorno nei suoi lavori per ragazzi straripa di eccezionali figure femminili. Elencarne le caratteristiche, sterilmente, implica banalizzarle: eccentriche e fiere di esserlo, intelligenti e avventurose, furbe e dal grande cuore, capaci delle più assurde fantasie e delle più pragmatiche risoluzioni, le protagoniste della Pitzorno sono per lo più bambine, future donne, che parlano a lettrici bambine, future donne, senza categoriche pretese dichiarate, ma con l’intento – e il raggiunto obiettivo – di creare un mondo caleidoscopico e fantasioso di storie (se e quanto ribelli, non ha più senso a questo punto stabilirlo).

Anche quando il mondo narrativo orbita intorno al sole dell’uomo forse più uomo di sempre, la protagonista resta una bambina. È il caso de L’Amazzone di Alessandro Magno (1977), romanzo per ragazzi immerso nell’esplosione di colori dell’Asia Centrale del V secolo a.C. Alessandro Magno, che incarna virtù tipicamente e culturalmente stereotipate come maschili – il coraggio, la determinazione, l’intraprendenza – personaggio che ogni storia pretenderebbe come protagonista, è in realtà in totale secondo piano rispetto alla bambina-lupo, l’Amazzone, che in un percorso lento e cauto arriverà a conoscere le opposte virtù di perdono, non violenza e amore.

Niente, nel romanzo, lascia intuire un’inclinazione del piatto della bilancia da un lato o dall’altro, tutto apre alle infinite possibilità e alle infinite libertà di scelta della vita di uomini, donne, bambini e bambine, che insieme alla carovana di Alessandro, piccolo universo in movimento, camminano lungo una strada sconosciuta, la sola non lastricata di pregiudizi razziali, culturali o di genere.

Le storie di bambine e bambini (perché sì, per quante bambine ci possano essere, ci sono davvero anche tanti bambini) come Streghetta mia, La bambola dell’alchimista, L’incredibile storia di Lavinia o La casa sull’albero sono brevi, inzuppate di una magia ironica, spudorata e divertente – con una franchezza sorniona che ha qualcosa di Pennac. L’infanzia quindi è quasi sempre immersa in un mondo surreale, di fate da fiaba nelle piazze di una città moderna, di intrichi infiniti di rami e di vita vissuta un palmo sopra la realtà – magari a cavallo di una vecchia scopa.

Dodicenni e tredicenni che ricoprono caratteristicamente tutto l’ampio spettro emozionale della preadolescenza riempiono invece le fitte pagine delle opere che la Pitzorno dedica al passaggio dal mondo sognante dell’infanzia a quello un po’ più complicato della vita adulta. Le protagoniste di opere come Re Mida ha le orecchie d’asino, Ascolta il mio Cuore e Diana, Cupido e il Commendatore sono bambine che incredibilmente lucide e incredibilmente ingenue smascherano la stolida realtà adulta.

Ma il fulcro della questione è un altro. Al centro c’è sempre, e c’è prima di tutto, la storia, la più pura e fantasiosa narrazione, e solo attraverso di essa le emozioni e – come è giusto che sia – il messaggio.

Proprio il messaggio, nelle opere della Pitzorno, ricava la sua forza dal non essere srotolato esplicitamente di riga in riga, né tantomeno dall’essere esplicitato dal titolo. C’è prima la storia, e il bambino che legge legge la storia: recepisce solo consequenzialmente una serie di insegnamenti, senza pretese di categoricità, anzi spesso incredibilmente flessibili. Quando poi la storia passa, con l’ultimo giro del tornio, impronta sull’argilla rimane proprio la consapevolezza di ciò che vuol dire ciò che si ha letto.

Qualche esempio. Insegnare a un bambino o a un ragazzino la vacuità del mondo televisivo non è certo – mi perdoni qualsiasi pedagogo, genitore, nonno o fratello maggiore per la noiosa banalità dell’osservazione – raggiungibile nascondendo il telecomando a tv spenta; né tantomeno moraleggiando quotidianamente un o tempora o mores a dir poco lontano dagli stimoli ricettivi dell’infanzia.

Dire cioè non-guardare-la-tivvù-perché-fa-male lascia il tempo che trova ed è ampiamente meno raccomandabile del guidare i bambini ad accorgersene da soli. Abbastanza condivisibile, in breve, è cioè il concetto che un messaggio esplicitato a chiare lettere in alcuni casi è meno efficace di un messaggio nascosto in una storia – Lucrezio, con la sua medicina imboccata sul cucchiaio cosparso di miele, voleva dire qualcosa del genere. Questo concetto è tanto più riscontrabile nella prassi d’educazione dei bambini. E se dunque dire le-donne-in-tivvù-sono-solo-oggetti è marginalmente utile, la Pitzorno lo racconta al suo stuolo di piccoli lettori e di piccole lettrici ben nascosto dietro il cucchiaino di miele, ossia – fuor di metafora – ben nascosto nelle sue eccezionali storie.

E quindi non il femminismo, ma il non-sessismo lascia la sua impronta sull’argilla nel più efficace dei modi. È il caso, in particolare, di due libri della Pitzorno, Tornatràs e Speciale Violante.

In Tornatràs c’è la storia di un condominio (L’Ostinata dimora) di allegri squinternati, provenienti da ogni parte del mondo, eccentrici e buoni, che si devono difendere da una perfida agenzia immobiliare che vorrebbe sfrattarli tutti e acquisire l’edificio per i suoi loschi affari. Questa storia si muove sullo sfondo, almeno momentaneamente, e in prima fila, invece, c’è qualcosa di più impellente. La mamma di Colomba, una delle ultime bambine arrivate all’Ostinata dimora, dopo la morte di suo marito in un naufragio ha abbandonato se stessa al vortice ipnotico dell’intrattenimento televisivo.

Il programma televisivo preferito da Evelina, la madre di Colomba, è A Cuore Scoperto prodotto da Rete Amica e presentato dall’affascinante giornalista Riccardo Riccardi. Ma le piacciono anche i programmi dell’antenna concorrente Telecuore, presentati dalla bella Camilla Galvani. Evelina segue le televendite e, con grande preoccupazione della figlia sperpera i pochi soldi della famiglia comprando oggetti di cui non ha bisogno. Ma la trasmissione che le cambierà la vita è Come Prima Più Di Prima, che mette in palio un lungo soggiorno nella Beauty Farm ‘La Botticelliana’, dove la giovane vedova verrà trasformata ne ‘La Donna Più Bella del Mondo’.

Tutto è oggetto, e può essere comprato alla televendite alzando la cornetta, più o meno inconsapevolmente invischiati in una difficile dinamica psicologica di bisogno e riempimento; anche la donna è oggetto, ed è tale finché è bella e muta (ebbene, sì).
La signora Evelina si presta alla sua stessa oggettificazione, e naturalmente gli sviluppi della questione – tra il divertimento, le risate, l’ansia e le angosce del piccolo lettore – porteranno a una conclusione dove ogni confuso pezzo del puzzle, trovando il suo posto, avrà saputo raccontare al bambino di televisione, di uguaglianza, di discriminazione, di gentrificazione, di politica (quando il bugiardo e razzista bel presentatore Riccardo Riccardi deciderà di candidarsi alla elezioni), e di quanto sia finta la realtà dietro lo schermo.

Gli interrogativi principali [della storia] riguardano da un lato la possibilità della convivenza e dell’amicizia fra persone di origini diverse, e dall’altro il modo in cui i cittadini vengono informati e sviluppano le proprie opinioni -quelle che li porteranno a votare in un modo piuttosto che in un altro- e che sta alla base di una vera democrazia.

Lo stesso tema era stato trattato, stavolta nel mondo degli adolescenti, da Speciale Violante, un libro del 1989 (Tornatràs è invece del 2000), libro che racconta la storia di un piccolo paesino del Nord Italia sconvolto dall’arrivo di una troupe televisiva, e – soprattutto – la storia di tre ragazze, Barbara, Vittoria e Valentina, e della bellissima, cattiva e molto sola Scintilla Luz, loro coetanea e protagonista della fiction. Apparenza e sostanza, realtà e finzione partono separate, si ingarbugliano terribilmente fino a diventare indistinguibili e si sciolgono di nuovo, alla fine, dopo un’estate che mette le tre protagoniste a dura prova emotiva, fino a insegnar loro – e a chi legge – quanto una bolla irreale sia il mondo della televisione.

Eravamo partiti dall’accenno al progetto della Favilli e della Cavallo, Storie della buonanotte per bambine ribelli. Un progetto senza dubbio ambizioso, pieno di trappole non sempre evitate dalle autrici; un progetto che, quantomeno, ha costituito un caso editoriale e ha riportato l’attenzione, un po’ sopita, sulla letteratura e l’editoria per ragazzi.

Chi scrive crede che un esperimento non fallito totalmente non meriti stroncature: e quello di Storie della buonanotte per bambini ribelli è stato un esperimento che, nei suoi limiti, nelle condivisibili critiche ad esso mosse, ha quantomeno acceso qualcosa, tentato di esplorare un immaginario infantile attraverso storie prese dal mondo vero, visitato le librerie delle camerette di molte bambine, e questo va bene.

Non va bene, però, limitarsi a considerare – da autori, da lettori, da genitori – degna d’attenzione un’opera solo perché fa inevitabilmente più rumore e dichiara sin da subito il suo messaggio e il suo intento. Si rischierebbe, forse, di girare la testa laddove c’è un colore più netto, dimenticando che tanti preziosi insegnamenti per i nostri piccoli lettori – futuri grandi lettori, si spera – sono nascosti nelle pieghe e nelle sfumature di storie e mondi il cui messaggio è invece più sottile – almeno all’inizio –, meno palese, e richiede uno sforzo interpretativo maggiore.

E si rischierebbe, ancor più pericolosamente, di guidare l’editoria per ragazzi verso una cosa che mai l’editoria per ragazzi dovrebbe fare: seguire le mode per conquistare più i genitori che bambini. Perché se la moda spesso starnazza, e sì, conquista, a volte in virtù di starnazzi e conquiste risparmia sulla qualità. Al centro i piccoli lettori, al centro le storie: che siano di bambine ribelli, o che siano di fate e principesse non importa. A decretarne l’intelligenza, la potenza, il valore educativo è sempre ciò che significano, e poche volte solo ciò che appaiono.

Per questo l’unica soluzione è che anche gli adulti leggano i libri per bambini, non solo insieme ai propri figli, per farli addormentare la sera, o non distrattamente per capire se possano essere adatti ai bambini. Che li leggano con calma, con leggerezza, con la curiosità di un apprendimento, per capire che ci sono possibilità infinite di declinazioni dello stesso concetto anche nella letteratura più semplice e cristallina, cioè quella per ragazzi. Che li leggano per essere vigili e pronti a non stroncare senza sapere, a non condannare per principio, ma nemmeno a lasciarsi attirare acriticamente dove c’è più rumore, dove c’è apprezzamento di massa.
Che li leggano per saperli scrivere.

Beatrice Morra