L’avversario di Carrère: il male indecidibile

Ian McEwan, interrogandosi sul perché si scrive  – e si legge – di cose orribili, dichiarò: “Usiamo i casi peggiori per misurare la portata della nostra morale. E forse dobbiamo svolgere le nostre paure all’interno dei confini sicuri dell’immaginario, come forma di speranza esorcistica.”

L’avversario di Emmanuel Carrère si apre conRelated image un pluriomicidio, il cui attore, Jean-Claude Romand, uomo all’apparenza mitissimo e rispettato da tutti, uccide la propria famiglia, moglie, figli, genitori, cane compreso. Non si tratta del frutto dell’inventiva di uno scrittore che cerca di esorcizzare le proprie paure nel confortante recinto dell’immaginario. È una vicenda reale, avvenuta agli inizi degli anni ’90 nella regione del Gex, un pezzo di Francia al confine con la Svizzera, una vicenda che potremmo definire, facendo il verso a Nietzsche, umana, fin troppo umana.

Lo stesso Carrère, giornalista e scrittore che al tempo stava concludendo la sua biografia su Philip K. Dick, confessa che, quando ha deciso di scrivere sul caso Romand, non era interessato ai fatti in sé, al segreto istruttorio o ai particolari delle appropriazioni indebite. Ciò che voleva capire era cosa frullasse nella testa di Romand durante le giornate che trascorreva passeggiando nei boschi, mentre tutti lo credevano nel suo ufficio a lavorare come medico dell’OMS, quando, nella realtà, non aveva superato neanche il secondo anno di medicina.

Ricordo una frase, scrive Carrère all’inizio del libro, la conclusione di un articolo di Libération, che ha catturato definitivamente la mia attenzione: «E andava a perdersi da solo, tra le foreste del Jura».

È questa curiosità, il mistero di un uomo che ha mentito per diciotto anni alle persone che amava e poi le ha uccise per non farle soffrire, che spinge l’autore a cominciare questo romanzo-verità. La verità su Romand, però, non la si raggiunge mai. Se è vero quel che diceva McEwan, se abbiamo bisogno dei casi peggiori per misurare la portata della nostra morale, qui non vi è il filtro e il riparo della finzione; dopo la lettura di L’avversario, dopo aver osservato da vicino l’assassino, il lettore si trova spiazzato, con più domande che risposte.

Non è facile neanche definire cosa sia questo romanzo – non che sia importante. Non è una biografia, né una mera cronaca giudiziaria. Per tutta la narrazione avvertiamo la fatica dell’autore nel dare una forma appropriata a un contenuto insostenibile. Nella sua idea di fondo potrebbe essere assimilato al celebre A sangue freddo di Truman Capote, dove a essere narrato è il massacro di una famiglia del Kansas ad opera di due giovani uomini. A differenza di quest’ultimo, però, pur se meno crudo nel linguaggio e nella rappresentazione, L’avversario si dimostra paradossalmente più amaro o, per meglio dire, privo di speranza esorcistica.

Capote tentava di dare una spiegazione, senza semplicismi, a quella “banalità del male” che lascia attoniti e smarriti. In Carrère questa spiegazione manca. Se A sangue freddo è anche una denuncia al modo di vivere della società odierna, che genera e nutre i suoi mostri, L’avversario è il racconto di un uomo che ha errato senza meta, anno dopo anno, chiuso nel proprio assurdo segreto che non poteva confidare a nessuno, perché uscire dalla pelle del dottor Romand significava ritrovarsi senza pelle: più che nudo, scorticato. È il racconto di una vita, e di una patologia, cui risulta difficile se non impossibile delineare i contorni.

In entrambi i libri si avverte il conflitto morale di fronte a una vicenda che scatena riprovazione e condanna, ma che genera anche quel bisogno di comprensione, la necessità di umanizzare il “mostro” per non relegarlo a un piano fuori dalla nostra portata. Lo scrittore entra nel buio a occhi aperti perché solo così il buio può essere affrontato. Ma cosa avviene quando il buio non si ritrae? Quando non si sa se l’avversario è ancora lì, a farci cadere nella sua rete?

L’avversario di cui parla Carrère è Satana, eppure non è la faccia del diavolo che l’autore vede, osservando Romand, piuttosto quella di un dannato. La stessa che devono aver visto i suoi genitori, prima di venire uccisi.

Ad altro non si poteva pensare. Solo a queste tre immagini: gli occhi dei vecchi con la loro espressione attonita, da bambini traditi; i corpicini semicarbonizzati di Antoine e Caroline che giacevano accanto alla madre sui tavoli dell’obitorio e infine l’altro corpo, pesante e molle, quello dell’omicida, che per tutti era stato così vicino, così familiare, che poi era diventato così mostruosamente estraneo.

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L’avversario è un romanzo che sconvolge. Lo fa con un linguaggio semplice, con voce pacata ma coinvolta. Lo fa senza artifici, né eccessive scene grafiche. Ci offre il ritratto di un impostore, falso nella facciata sociale ma autentico, a suo dire, negli affetti. E, pur così preciso, questo ritratto rimane sfuggente fino alla fine. Magari è proprio in questa incompletezza, indicata da molti come difetto, la forza del romanzo, che lo fa essere non un racconto sul male, ma un racconto su come sia arduo narrare il male.

Indecidibile, ecco l’aggettivo che risuona nelle ultimissime righe del romanzo. Indecidibile è l’ultima testimonianza di Jean-Claude Romand e indecidibile, forse, rimane l’intera storia al di là dei suoi risvolti più evidenti. Una storia, per stessa ammissione dell’autore, che non poteva essere altro che un crimine o una preghiera.

Francesca Asciolla