Mudbound, l’affresco di una realtà senza tempo.

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Una scena del film Mudbound

A voler tentare un rapido resoconto dei periodi storici trattati dalla filmografia sugli Stati Uniti d’America, salta subito all’occhio come il Novecento, con i suoi fatti di costume, con le sue cruenti cronache, con alcuni rilevanti episodi bellici (Seconda guerra mondiale) sia il secolo più rappresentato in assoluto. D’altronde non poteva essere diversamente se consideriamo che il cinema statunitense è fatto per quasi la metà di commedie e per metà di film in bilico tra “istant movie” e thriller. Il Novecento è il secolo in cui i concetti di libertà e di nazione si fondono in un’unica idea guida della coscienza collettiva. Il cinema scrive delle pagine belliche interessanti, prevalentemente incentrate su quel fondamentale avvenimento storico: la Seconda guerra mondiale, appunto. Il pianista (Roman Polański, 2002), con efficace tono realistico, esamina nell’animo di personaggi assai umili il riflesso degli avvenimenti storici a cui essi prendono parte. Salvate il soldato Ryan (Steven Spielberg, 1998), dai toni più celebrativi, racconta la parabola gloriosa di alcuni militari dopo essere sbarcati in Francia. La sottile linea rossa (Terrence Malick, 1998), un tragico ritratto di guerra dall’atmosfera soffusa e misteriosa fino ad arrivare a Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima (Clint Eastwood, 2006) che, con profondo coraggio civile, oltrepassano l’ufficialità della Storia per raccontare rispettivamente come gli eroi li creiamo noi stessi e mostrare la guerra attraverso gli occhi del nemico.

brody-mudboundDee Rees, regista statunitense, con il suo Mudbound affronta con grande efficacia emotiva una triste e dura epica rurale imperniata su due famiglie nell’America razzista della seconda metà degli anni Quaranta. Distribuito su Netflix il 17 novembre, già se ne parla come di un film da Oscar: tratta di guerra, di bianchi e neri, e di fango. L’ambizione comune della regista e dello sceneggiatore Virgil Williams era di costruire un film storico, tratto dal romanzo di Hillary Jordan, che fosse anche attuale, senza compromessi oleografici, di restituire una pagina di storia a stelle e strisce con le sue contraddizioni e i suoi errori (anche coi suoi orrori). Di questo affresco dai toni epici, aspri e forti, restano incise nella mente dello spettatore la forza espressiva dei volti, la linearità degli episodi privi di tratti affabulatori e da motivi spuri, i canti folk innestati dai neri con gusto nel tessuto dei racconti, e la calibrata incisività dei dialoghi.

Mudbound inizia con due fratelli che scavano una fossa per metterci un morto. Ma fanno fatica perché piove forte e la terra diventa fango. Poi, limitandoci ai primi minuti di film, la storia torna indietro di qualche anno e racconta – con sei narratori diversi, così come nel libro – la storia dei McAllan e dei Jackson. I McAllan sono i bianchi: Henry (Jason Clarke) è un tipo burbero ma non cattivo, che sposa Laura (Carey Mulligan), un’insegnante. Lei non lo ama, ma nemmeno lo odia, e lui è il primo e unico uomo che ha avuto. Lei, lui, le loro due figlie e il padre di lui finiscono in Mississippi a vivere in una fattoria in cattivo stato, piccola e in mezzo al fango. «Quando penso alla fattoria, penso al fango», dice lei: «Sognavo solo in marrone». Poco lontano dai McAllan vivono i Jackson, una famiglia afroamericana che vive in una casa ancora più piccola e sgangherata. Lavorano nei campi di cui non sono proprietari, e il sogno di Hap (Rob Morgan), marito di Florence (Mary J. Blige), è comprarsi un pezzetto di terra tutto per loro. Ad andare in guerra sono Jamie (Garrett Hedlund), pilota d’aerei e fratello di Henry, e Ronsel (Jason Mitchell), figlio di Hap e Florence.

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Da una parte la Rees mette in atto una strategia della visione “oggettiva” in cui la macchina da presa si muove implacabile e sempre attenta a mettere a nudo le contraddizioni della realtà, e dall’altra tende ad assumere il punto di vista “soggettivo” (ma sempre in evoluzione) dei personaggi. Mudbound appare un film maturo e coraggioso, in cui il vuoto prevale sul pieno, in cui i fatti sono occultati per esprimere piuttosto i sentimenti, malati, soffocanti, irrispettosi della libertà altrui, in cui una male intesa “famiglia” è il luogo della repressione. I due reduci di guerra, Ronsel e Jamie, si riconoscono le rispettive ferite e diventano amici, violando le regole della zona in maniera inaccettabile, dimostrando come la famiglia possa dimostrarsi appunto opprimente, quando popolata da generazioni incapace di capirsi, ma anche solo di dialogare. Il film narra così una inquietante e dimenticata storia americana, non sociologica o politica, in cui si analizza la confusione e l’ottundimento di sentimenti male-intesi, un’utopia (di solidarietà e di convivenza civile) non realizzata o realizzata in parte, una conciliazione non avvenuta. Il tutto filtrato dalla coscienza solitaria di protagonisti che si dividono tra vittime e carnefici.

Un’epica drammatica che conquista per una realizzazione impeccabile e per interpretazioni sopra la media, in cui l’impressione di una ragionata costruzione a tavolino per ambire a grossi premi non inficia comunque l’intensità del racconto, ricco di sfumature e risvolti che rendono le circa due ore di visione un’esperienza appagante dove le emozioni, dolci o amare che siano, trovano sempre il modo di emergere con forza prorompente. Non c’è retorica in Mudbound, non c’è neanche davvero una critica vera e propria, c’è solo la volontà di rappresentare una situazione purtroppo vera che può vedere coinvolte persone comuni, persone che si trovano loro malgrado ad affrontare una vita diversa da quello che si aspettavano. E la consapevolezza che i sogni e le speranze non sempre si avverano, anzi a volte finiscono coperte dal fango.

 

Enrico Riccardo Montone