Estratto: A sud della mia persona – Gianmarco De Chiara

Estratto dal capitolo 5 – Storia di un oceano del romanzo di Gianmarco De Chiara, A sud della mia persona (Homo Scrivens).


Restai a fissarlo e mi ritenevo un privilegiato. Quel sogno era per me il più bel regalo che mi potessero fare. E non era una sciocchezza come possono esserlo certi piaceri passeggeri, che poi ti esaltano un pochetto, ma alla fine svaniscono. No. Poter parlare con Oceano significava ricevere un Dono, quello più grande che un essere umano potesse mai desiderare. Prendevo da lui ogni cosa e ricevevo attivamente ogni sua frase, ogni suono che saltava via dalle labbra, armonizzandosi di gusto. Oceano alzò le mani, come in segno di resa, e la stanza si trasformò in una giungla vivida di colori.
«Sei mai stato al Rio delle Amazzoni?» mi chiese Oceano.
«No. Mai».
«Non hai mai fatto il bagno nel Rio delle Amazzoni?».
«No» dissi ancora, e lui sorrise.
«Allora non sai cosa si prova a fare il bagno laggiù, in mezzo ai piranha e agli alligatori. Esposto al rischio, ma senza la paura di esserlo. Scendere all’inferno e raccontare di esserci stato…».
«…» lo ascoltavo e cercavo di capire.
«Quella è la vita».
«Sempre sul coltello, non è azzardata come prospettiva?».
«No» rispose tosto Oceano. «Non lo è. Non lo è affatto. Solo quelli che non vivono hanno paura. E restano come spettatori di fronte alle cose dell’universo, e come spettatori muoiono. Non sono protagonisti nemmeno al momento della morte».
«Non penserai mica che una persona normale possa condividere questa tua assurda idea del vivere…».
«E cosa? Cosa ci resta? Quello che ci siamo imposti? Una scatola di dubbi e incertezze in cui muoverci e far andare avanti i nostri pensieri, la nostra storia, i nostri figli…».
«Tu sei un pazzo».

Poco alla volta tutto quello che ricordavo di Oceano riaffiorò alla mente. Nonostante il suo talento, il suo essere un bel ragazzo e il suo meraviglioso carattere, riuscì a farsi detestare da molti abitanti di quell’inferno che lui tanto spesso visitava e da dove prendeva a piene mani materiale per le sue storie, per la sua arte. Alcuni di questi gli chiesero soldi o di essere riconosciuti come autori dell’opera, ma sono sempre state delle questioni irrisolte. E a Oceano non è mai fregato niente.
«Non ti parlo di un semplice carpe diem» mi disse Oceano con tono severo. «Non sto dicendo tutto e subito. Godi la vita. No. Odio chi fa così. Sto dicendo di acchiappare i particolari, sto dicendo di andare a caccia di tesori, di respirare a pieni polmoni tanto l’aria tagliente delle baite di montagna prima che sorga il sole, quanto l’aria spessa, pesante e catramosa delle metropoli. Ti sto dicendo di entrare nella tana del lupo e vedere come accudisce i suoi piccoli, perché anche l’animale conosce quella che noi chiamiamo umanità, e che forse ha un altro nome. A te, amico del sogno, sto dicendo di immergere le mani nel fondo del fondo del bacile…».
«Tutto questo che dici è splendido, ma…».
«Ma?».
«Non lo so».
«No, lo sai. Sei un vigliacco e questo lo sai».
«Come vigliacco?».
«Non ti manca il coraggio, ma ti comporti da vigliacco nei tuoi confronti e nei confronti delle storie che racconti».
«Tu sicuramente sapresti fare di meglio, vero?»
«Non fare il permaloso. Ascoltami».

Sapevo che Oceano aveva sofferto. Sapevo che aveva corso nelle notti più buie, cercando se stesso e perdendosi per le stradine della città. In quella maledetta città dimenticata dal cielo. Come poteva spegnersi uno come Oceano? Sembrava impossibile. Eppure. Se si era spento lui, allora non c’era davvero più speranza. Ma non fu così che andò. Alcuni dicono che Oceano sparì, all’improvviso, da un giorno all’altro e di lui si perse ogni traccia. Gli amici, i parenti lo cercarono dappertutto, ma senza nessun risultato. Era come se si fosse smaterializzato, sbiadendosi a poco a poco, fino a farsi assorbire dal mondo circostante. La leggenda vuole che Oceano sia diventato le cose che viveva e che raccontava con tanta enfasi e gioia. Altri ancora dicono che Oceano sia morto per l’eroina, per Elsa e perché questi due mali si erano ripresentati con una nuova forza ossessiva che lo fece a brandelli. Questa seconda leggenda vuole che Oceano sia morto nel peggiore dei modi, come certi personaggi delle sue opere. Ma una cosa è certa: Oceano lasciò tutti noi a bocca aperta e se ne andò da questo mondo. Mentre ripensavo a questi e altri fatti, sognai di addormentarmi e di sognare a mia volta. Vidi Oceano avanzare verso di me. Mi sorrise, agitando le mani in moti vorticosi. Mi diede una pacca sulla spalla e mi fissò intensamente, senza dire nulla. Ero di sasso. Infine Oceano mi superò e prese a borbottare riguardo strani argomenti che non ero in grado di capire, eccetto per qualche parola a me familiare. Diceva: “Le onde, le onde… ci portano, ci spostano. Viviamo così. Tutto torna a casa, mentre la ruota gira e le onde, le onde…” Lo seguivo con lo sguardo e la sua figura, allontanandosi, si faceva piccola piccola, fino a sparire del tutto. Non fece mai più ritorno. Non lo vidi mai più. Né in vita, né in sogno. Se ne andò, con calma, parlando al cielo del moto circolare delle onde…

Gianmarco De Chiara