Perché “La Ferocia” è una lettura non facile: una riflessione sullo stile di Lagioia

La prima volta che ho provato a leggere La ferocia (Einaudi, 2014) di Nicola Lagioia ero in treno, stanca, di rientro da uno di quei viaggi che puntano al risparmio eliminando ogni tipo di comodità (il treno fu, in quel fortunato caso, un comfort fuori programma!). Ero quindi stanca, assonnata, nauseata dalle ore di viaggio e quelle pagine luminose del kindle si mescolavano all’aria viziata e grigia del vagone. Lo odiai. Leggevo e pensavo che fosse l’ennesimo tentativo di messa in scena dello sperimentalismo letterario: troppo artificioso, addirittura presuntuoso!

5624447_297067Mesi dopo, sospinta anche da quanti, al contrario, non facevano che tessere le lodi di questo Premio Strega 2015, finii per riprendere la lettura dall’inizio, da quelle stesse prime pagine che mi avevano nauseata, indispettita. Mi piacque. Non era lo stesso libro, non riuscivo a capire come avessi potuto disprezzare tanto talento e una così genuina e ben costruita innovazione letteraria. Il ragazzo presuntuoso è diventato, ai miei occhi, uno degli scrittori più talentuosi del panorama italiano.

La ferocia è un romanzo davvero feroce. Lo è nella scrittura così commossa e a tratti increspata. Nella storia familiare a cui si mescolano trame più fitte, più oscure e violente. Cocaina, percosse, autolesionismo, dolori taciuti e nascosti come polvere sotto il tappeto. La linea del tempo e quella dello spazio si sfaldano continuamente durante la narrazione, corrono indietro negli anni, saltano senza sosta tra Bari, Taranto, la provincia pugliese – terra bruciata dagli abusi edilizi e dalle nubi delle torri industriali – , e anche Roma dilatata e rimodellata nell’altalenante dramma psicologico di chi la abita. Lo stesso evento torna anche più di una volta all’interno del romanzo, ma in una veste nuova, con una diversa prospettiva, arricchito di dettagli che ne cambieranno completamente il significato.

La famiglia Salvemini fa parte di quella borghesia sfacciata e arricchita in pochi anni, che tiene al sicuro la propria posizione caldeggiando rapporti con personalità di spicco della regione. Vittorio, imprenditore e capofamiglia, ha sposato Annamaria quando in tasca non aveva nulla di più della pura ambizione e insieme hanno cresciuto quattro figli: Ruggero, Clara, Michele e Gioia. Il romanzo si apre con l’immagine di una donna nuda e sanguinante che cammina sulla statale. Poche pagine dopo, si scopre che una donna – la stessa? – si è suicidata gettandosi dall’autosilo: è Clara, l’ormai trentenne figlia del noto imprenditore pugliese. Al momento del suicidio di Clara, la famiglia che ormai in casa non conta più di tre abitanti (Vittorio, Annamaria e l’ultimogenita Gioia), è costretta a ripopolarsi di tutti i suoi membri, esclusa – ovviamente – la figlia recentemente scomparsa. I rancori intrappolati tra le pareti di in ogni camera e radicati fino alle fondamenta dell’abitazione sono ora chiamati a tornare in scena, a scuotere le coscienze delle persone che li hanno generati, a stimolare nuove domande, tra le quali la più insondabile e dolorosa: perché Clara si è suicidata?

Lo stile di Nicola Lagioia è autentico, originale e scollato da tutta la tradizione precedente nicola_lagioia_c_roberto_nistri_-7c1e0– o almeno, se la tradizione c’è, la nasconde sotto complessi strati di innovazione. A molti potrebbe sembrare contorto, se non addirittura criptico, e in fondo lo è. Ma io credo che la mancanza di fluidità in certi momenti della narrazione – se la si adopera con cautela – diventi una marca di autenticità, un escamotage artistico con cui distinguere la semplice narrazione di un fatto, dal gusto per la scrittura. Questa scrittura “contorta”, che però non si estranea dalla narrazione, ma la arricchisce dandole ritmo, spessore e aggiungendo immagini di contorno che sembrano avere la funzione di coro. Si tratta in molti casi di descrizioni di animali, di insetti, di esseri viventi che vivono secondo i propri istinti; istinti violenti, feroci.

Ogni giorno, al calar del sole, una tigre adulta sale la scala che conduce al primo piano del palazzo del Grillo a Roma. La porta del giardino per lei è sempre aperta. La tigre di aggira silenziosa tra le piante di eucalipto ed è il quell’attimo magnetico, in equilibrio tra i colori a olio, che tutti possono vederla.

Adesso la guardava solo lui. Il quadro era collocato in piccolo andito cieco. I visitatori lo superavano senza rendersene conto, attratti dalla maggiore fama di Klimt e di De Chirico. Il grigio dei marmi e il verde scuro della vegetazione intorno a quella gialla simmetria sognante. Una tigre in un giardino europeo.

Il quadro si chiamava La visita della sera, e Michele veniva a osservarlo quando voleva confrontarsi con un’immagine futura.

Un libro,  La ferocia, che ho faticato a portare avanti. Nonostante ne fossi totalmente presa, ne ammirassi la scrittura e desiderassi ardentemente vederci chiaro in questa storia del suicidio e degli affari sporchi di Vittorio Salvemini. È un romanzo che richiede uno sforzo, un’attenzione particolare per comprendere ogni passaggio, ogni sottilissima metafora. Una lettura impegnativa, ma completa. L’opera di Nicola Lagioia ha tutte le carte in regola per diventare un classico della letteratura.

Anna Fusari