Racconto: Che ore sono? – Giovanni Junior Vannelli

“Sveglia. Svegliati. Cristo santo, svegliati. Stai morendo, svegliati!”.
Mi metto seduto nel letto, ansimo sudato aspirando grosse boccate d’aria. Fa freddo, giro gli occhi verso la finestra, sembra ben inserrata.
“Stavi soffocando idiota, perché dormi con la faccia nel cuscino e il piumone sulla faccia?!”.
Mi alzo per andare a pisciare, ma prima devo bere. La luce del frigo è accesa e mi acceca “Luce, spegni la cazzo di luce!”, socchiudo la porta, faccio grosse sorsate e sento l’acqua che mi coccola il gargarozzo, scende giù, scorre gelida nell’esofago fino a raggiungere lo stomaco. Luogo di morte dove si attiva – almeno credo – il meccanismo diabolico del reflusso che mi ricorda a quale abitudine imputarne la causa, anche se credo potrebbe risultare molto più interessante imputare le colpe alle cause delle cause dei miei malesseri.
Scosto la porta per posare nuovamente la bottiglia fatta di polietilene tereftalato che, infilandola nello sportello emette un suono gracidante che rimbomba inutilmente in quella stanza buia e vuota che è la cucina.
“Piscia, va’ a pisciare prima che ti inondi i pantaloni”.
Mi avvio in bagno, apro la porta, allungo la mano per…
“Non accendere quel maledetto faretto! La luce al neon, quella è tenue, usa quella”.
Faccio un paio di passi al buio, inciampo nel tappetino del cesso, riuscendo in qualche modo a tenermi in piedi, allungo la mano e spingo in basso l’altro tasto.
La luce ci mette qualche secondo ad accendersi. Mi infilo i pollici nel pantaloncino e tiro giù l’elastico che tengo fermo con una mano mentre con l’altra afferro il mio cazzetto moscio e mi lascio andare a una pipì come un’altra, senza troppa soddisfazione, senza gemiti liberatori. Una semplice e ingenua pipì delle… “che ore sono?”. Giro la testa verso l’orologio: “Sono già le tre. Se pisci in fretta, ti reinfili a letto e ti riaddormenti in dieci minuti ci sono buone possibilità che tu possa dormire due o tre ore ancora”.
Una semplice e ingenua pipì delle tre del mattino.
Plic! Plic! Plic! Scrollatina finale, tiro lo scarico, spengo la luce, torno nel mio antro fetido.
“E ora dormi!”.
Chiudo gli occhi, respiro piano senza far rumore per una manciata di minuti, contandoli in maniera approssimativa sperando che nello scorrere delle lancette del mio… “Se continui a contare i minuti non riuscirai mai a dormire”.
Continuo a tenere gli occhi chiusi, respirando ancora piano perché è così che si prende sonno, cercando di costringermi a non pensare al tempo che ci vuole per addormentarsi e a quella maledetta sveglia che mi farà girare pigramente la testa mentre resisto alla tentazione di spaccarla con una spranga e poi spararmi un colpo di pistola in pieno viso.
“Stai forse pensando al suicidio? Non fa per noi, e comunque non è questo il momento giusto. Dormi!”.
Gli occhi continuano a essere chiusi, il respiro lento, la mente cerca di concentrarsi su nulla, pensando a uno spazio buio dall’indefinita estensione. Buio, buio nero. Di quel nero che non mi inquieta, che anzi mi rilassa e… Spat! Un forte schiocco. La bottiglia di polietilene tereftalato che emette un inutile lamento di assestamento dovuto alla presa della mia mano e alla merda con cui ormai fanno ogni prodotto destinato al consumo su scala mondiale.
Ma poi, dov’è che prendono il polietilene tereftalato? Da quale centrifuga merdosa di prodotti merdosi viene fuori il cazzo di polietilene tereftalato? Probabilmente da qualche fabbrica nella merdosa periferia di Honk Kong, o in qualche merdoso buco della ormai inesistente tundra cinese.
Eppure la bottiglia di polietilene tereftalato ha visto più mondo del sottoscritto, fatto viaggi assurdi che a lei non costano un cazzo.
436 euro, comprensivo di scali e per 19 ore di viaggio. Ecco il costo, per un essere vivente che vuole andare a fare quattro passi nella periferia di Hong Kong. La bottiglia di polietilene tereftalato, invece, ha un viaggio gratuito all inclusive per il frigorifero di casa mia, al diciassettesimo piano di un palazzo posto in una strada a metà fra il centro e la periferia di una città purgatorio posta in un posto qualsiasi dello stivale.
Se il polietilene tereftalato avesse un contachilometri e un passaporto, avrebbe consumato più suole e accumulato più timbri di me.
Che poi, io, il passaporto nemmeno ce l’ho.
Che poi, quel viaggio, nemmeno se lo gode la bottiglia di polietilene tereftalato. Ha visto più mondo di me e ha un valore che non supera i 0,40 centesimi al pezzo, acqua inclusa. Da un punto di vista proporzionale, mettendo a confronto la durata della mia vita e quella di una bottiglia di merdosissima plastica, lei ha vissuto il sogno di addormentarsi in un lato del mondo, all’interno di una cassa incellofanata e sterilizzata, e risvegliarsi in quello esattamente opposto (sempre che addormentarsi in una cassa incellofanata possa propriamente esser definito un sogno).
Senza rendermene conto, ho aperto gli occhi, che scrutano il buio della stanza sovrastata da oggetti più o meno utili, tutti fatti esattamente della stessa qualità di merda. Un giro, quello dei materiali scadenti che mi circondano che dà inizio a un fottuto trenino, alla testa del quale ci sono io che oltre a prendermelo nel culo, ci sto anche perdendo il sonno.
“Perché non torni a dormire, Charlie Brown?”.
E la cosa più bella è che le mie mani sono ben serrate sulle natiche, di modo che possa tenerle abbastanza aperte per permettere al signor Io-faccio-la-bottiglia-con-il-fottuto-polietilene-tereftalato di infilarsi i miei soldi in tasca mentre scoreggia felicemente sdraiato sul ponte del suo cinquantacinque metri che galleggia a ridosso di coste caraibiche, nel fottuto opposto alla merdosa periferia di Hong Kong dove un nanerottolo cinese sta pensando a quante probabilità ha di cagarsi addosso se muore sul colpo gettandosi dal tetto di amianto della fabbrica in cui lavora.
Vaffanculo alla felicità che costa 0,0001 merdosissimi centesimi di euro solo per pochi, e fanculo alla mia di felicità, che si nutre della putrefazione generata dai miliardi di esseri umani che come me finiscono di notte a pensare che, sì, questo enorme trenino del Tieniti-forte-che-ti-fotto fa male a tutti, ma alcuni finisce per ucciderli. Ai più fortunati toglie il sonno.
Respiro piano.
“Sì, i modi di produzione capitalisti fanno schifo. Siamo d’accordo da una vita su questo, anche se tu fai poco o nulla per cambiare la merda nella quale sguazzano tutti da oltre cent’anni. Ora dormi!”.
Mi rendo conto che ho ancora gli occhi aperti, sorprendendomi a pensare, ragionare, moltiplicare e infine a odiare prima un nemico che non so distinguere e poi me stesso per fare poco o nulla per cambiare la merda nella quale sguazzano tutti da oltre cent’anni. E ora non riesco a dormire.
“Ormai siamo qui. Anche a me è passato il sonno”.
Mi rigiro nel letto, prendo il cellulare. Segna le 3.15. Fra tre ore e quarantacinque suonerà la sveglia, con la sua musichetta rilassante che ho volutamente impostato per non avere risvegli bruschi. Eppure quelle note suscitano in me solo rancore e malessere, dovrei cambiarla e farmi sparare uno di quei fastidiosissimi driiin! che vogliono tirarti giù dal letto in maniera scontata, ma spietata, che non ti dà via d’uscita e non si nasconde dietro una docile musichetta del cazzo.
Fisso lo schermo del cellulare finché non scattano le 3.16. Solo un minuto, un minuto passato a pensare alla musichetta di merda che mi dà il buongiorno dalle casse del mio smartphone fatto di materiali di merda per risparmiare quegli 0,0001 centesimi al pezzo eccetera eccetera.
Guerre, guerre lampo, donne ai tempi della guerra che si trasformano – contro ogni razionalità cronologica – in pin-up… “Ti sta venendo duro, attento!”.
Sega notturna.
Facebook, Instagram, Facebook e annunci di lavoro su Linked In.
Articoli di tendenza, la pagina Wikipedia che mi racconta della vita di Kevin Spacey fino alla svolta gay e poi quelle dei supereroi.
“Dovresti comprare quell’albo illustrato, poi…”.
Ancora Facebook, video di porcate cucinate da maiali coi capelli, pranks, cani. Meravigliose bestie a quattro zampe…
Docile musichetta del cazzo. Sono le 7.00. Precise.
“Buongiorno anche a te, stronzo, è ora di tornare nel tuo ufficio del cazzo”.

Giovanni Junior Vannelli