I nonluoghi: geografie di solitudini surmoderne

9788889490662_0_200_0_0Tutti noi frequentiamo quotidianamente nonluoghi. Lo facciamo quando attendiamo sulla banchina il treno che ci porterà a lavoro, quando facciamo la spesa in un supermercato, quando viaggiamo sulle grandi arterie autostradali o sostiamo in un aeroporto in attesa del prossimo volo. O quando ci immergiamo nel vacuum iperpopolato di Facebook. Addirittura nasciamo in un nonluogo –  l’ospedale – per poi probabilmente anche morirci. Perché, contrariamente a quanto possa sembrare, nonluogo non è sinonimo di “luogo che non esiste”. In realtà l’espressione indica un luogo anonimo, uno spazio in cui colui che lo attraversa non può leggere nulla né della sua identità, né dei suoi rapporti con gli altri, né a maggior ragione della loro storia comune. A usare per primo quest’espressione è stato l’antropologo francese Marc Augé nel suo classico del 1992, tradotto in italiano nel 1996 con il titolo di Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità.

La nozione è stata concepita in opposizione a quella di «luogo antropologico», ovvero quel luogo che è caratterizzato da tre tratti distintivi: identità, relazione e storia. Il luogo di nascita, ad esempio, è costitutivo dell’identità individuale e contemporaneamente situa chi lo abita in una configurazione di insieme nella quale gli elementi sono distribuiti in rapporti di coesistenza. Ed è necessariamente storico nella misura in cui colui che vi vive può riconoscervi dei riferimenti, delle tracce che non devono essere oggetto di conoscenza. In tutti questi casi, quindi, l’organizzazione sociale viene trascritta nell’organizzazione spaziale, fornendo a chi la osserva un’immagine chiara della struttura sociale.

areseDi contro uno spazio che non può definirsi identitario, relazionale e storico definirà un nonluogo. L’ipotesi che soggiace a quest’idea è che a produrre tali nonluoghi antropologici sia la condizione attuale di «surmodernità» in cui l’umanità si muove, cioè un’epoca dominata dalla categoria dell’eccesso. Eccesso che si manifesta prima di tutto in una sovrabbondanza di avvenimenti, riconducibile a un tempo fuggevole in cui ogni momento della vita individuale viene ascritto immediatamente al passato. Eccesso che riguarda lo spazio e che va di pari passo con un movimento apparentemente in opposizione a esso di «restringimento del pianeta», il quale da un lato ci permette di distanziarci da noi attraverso le esplorazioni dello spazio dei cosmonauti e la ronda dei nostri satelliti, ma dall’altro, tramite i mezzi di comunicazione che riportano istantaneamente notizie da ogni parte del mondo, ci fa sentire costantemente “chiamati in causa”, come se gli eventi che accadono ovunque ci riguardassero sempre in prima persona. E diretta conseguenza di ciò è la terza figura dell’eccesso: un eccesso di ego che pone l’individuo, perlomeno nelle società occidentali, a considerarsi un universo a sé, chiuso e completo in se stesso.

Dopotutto la surmodernità impone alle coscienze individuali esperienze e prove del tutto nuove di solitudine, direttamente legate all’apparizione e alla proliferazione dei non luoghi. Infatti se i luoghi antropologici creano un sociale organico, i nonluoghi creano una «contrattualità solitaria». Perché con l’espressione nonluogo si indicano certamente  quegli spazi costituiti in rapporto a certi fini (trasporto, transito, commercio, tempo libero), ma si fa anche riferimento al rapporto che gli individui intrattengono con quegli spazi. La mediazione, infatti, che stabilisce un legame tra l’individuo e i nonluoghi si estrinseca attraverso le parole o i testi che essi ci propongono: il divieto di fumare affisso su un cartello, le istruzioni dello sportello automatico di una banca, l’annuncio di un altoparlante che segnala l’orario di chiusura di un centro commerciale. luoghinonluoghi-nonluogointerioren2Modalità d’uso che ricordano al momento opportuno all’utente del nonluogo – solo, ma simile tra gli altri – la relazione contrattuale che lo lega a esso (o alle potenze che lo governano). Per di più le finzioni dell’immagine e le menzogne del libero consumo diffuse dalle istituzioni legate al commercio generano un paradossale «effetto di riconoscimento», per il quale lo straniero smarrito in un paese che non conosce si ritrova solo nell’anonimato delle stazioni di servizio, dei grandi magazzini o delle grandi catene alberghiere che offrono i rassicuranti prodotti delle marche multinazionali.

Certo, il nonluogo è questione di prospettive. Nella realtà nessuno spazio si può definire in maniera assoluta luogo o nonluogo. Un aeroporto, ad esempio, non rappresenta un nonluogo per coloro che vanno a lavorarci ogni giorno, cementificando rapporti e sviluppando abitudini. Così come un ipermercato può fungere da punto d’incontro e di aggregazione per giovani delle periferie urbane. La verità è in definitiva contestuale. A causa del cambiamento di scala della vita umana che è intervenuto con l’avvento della globalizzazione, ormai il nonluogo è il contesto di ogni possibile luogo. Così il “mondo-città”, la realtà globalizzata degli affari, dei media e del turismo, dove i mezzi di trasporto e di comunicazione propongono un’immagine idealizzata del pianeta in cui tutto circola e tutto è raggiungibile, è esso stesso il nonluogo e il contesto della “città-mondo”, la megalopoli che accoglie tutte le diversità del pianeta e le sue contraddizioni.

L’uomo avrà sempre bisogno di “fare luogo” per investire di senso ciò che lo circonda. In futuro allora i conflitti, lungi dall’essere terminati, riguarderanno il bisogno di opporsi ai nonluoghi e di creare relazione, identità, cultura all’interno di un territorio, in modo tale da favorire l’ingresso in un’era in cui poter cominciare a pensare al globo terrestre come unità. Probabilmente ha ragione Augé, siamo alla fine della «preistoria della società planetaria». La storia è appena cominciata.

Valerio Ferrara