Sono passati quarantacinque anni da Ultimo tango a Zagarol. Capolavoro? Sottoprodotto? Non lo sapremo mai. In occasione dell’uscita nelle sale della versione restaurata di Ultimo tango a Parigi (21, 22, 23 maggio 2018), perchè non tornare sul luogo della sua parodia?
Ultimo tango a Zagarol ha fissato in modo misterioso un modello di lettura di un classico. Se per parodia intendiamo un canto a latere che ne accompagna uno più grande, è anche vero che in Zagarol la parodia eccede il suo oggetto, in qualche modo lo travolge.
Ponendosi dalla parte dell’eco, vuole rifare il verso al capolavoro, sulla falsariga dei numeri di piazza in cui il comico siciliano imitava gli animali più comuni. Stavolta però Franco Franchi non si fa mimesi di un animale (il pollo, l’asino o il cane) ma di un attore/uomo come fosse un animale. Prendendo a modello Brando, rinuncia alla smorfia a tal punto da superarlo sul registro drammatico, guardarsi alle spalle e trovarsi in un deserto, senza pubblico a cui strappare una risata. Tanto il talento di Brando è sovrumano, quanto quello di Franchi è del subumano: intestinale, verminoso, sotterraneo.
Franchi stabilisce un rovesciamento dello sguardo, tanto da essere lui a guardarci e a chiederci dove siamo. In un cinema a prezzi popolari? O in una culla a pregare di vedere riaffacciarsi il viso di nostra madre? «Sono incappato – dice Franco Franchi – in uno di questi film con Ultimo tango a Zagarol […]. Ma ho sofferto a farlo. Difatti quando andai a vederlo a Riccione, sentii il commento delle famiglie. Dicevano: “Ma pure questo ci si mette?”. Era una cosa assurda per me che avevo avuto sempre un pubblico di famiglie, di bambini. Mi sentii proprio un truffatore».
Per Franchi l’ideale inumano sarebbe recitare in un teatro vuoto, in una “topaia” popolata solo da roditori. Zagarol è dar conto di un insospettato talento. Finalmente non dover provocare una reazione nell’altro (risate o applausi). Ci si trova a fare un “forno”, cioè – in gergo – un teatro vuoto. Solo allora – diceva Carmelo Bene – si può essere soli, avere come corrispondente le misteriose voci di dentro.
Quel pubblico “straccione” deve essere stato ben scioccato quando, di ritorno a casa nel 1973, si trovò a non poter raccontare una storia perchè la “storia” non c’era. Con Zagarol siamo costretti a tornare alle antiche reminiscenze di bambino, a quei primordi neonatali quando si trattava di cogliere negli atti del corpo (bere, mangiare, cacare) la terribile angoscia di essere dipendenti in tutto da nostra madre, cogliendo nella sollecitudine o meno di venire curati un segno d’amore.
Il misterioso appartamento-topaia è una tana. È luogo di amplessi che dell’animale – in virtù del linguaggio – non ha la riuscita finalità procreativa della specie (il successo), ma l’assoluto cul-de-sac di un piacere perverso, quello di essere minore, come “minore” è la parodia rispetto alla tragedia, o la commedia scollacciata rispetto al cinema d’Autore.
I veri grandi autori – scrisse Gilles Deleuze a proposito di Kafka – sono i minori, gli intempestivi, coloro che non interpretano il loro tempo, ma preferiscono nascondersi sotto il tempo per farsi ironica rovina. Piuttosto che porsi dall’alto di un piedistallo, vi si pongono ai piedi: scavano tane, costruiscono gallerie. Non parlano, squittiscono.
Di fronte a questa solitudine neonatale, il riso si fa veramente prossimo alle lacrime. Il tono è tanto triste da lasciarci incantati, permettendoci di prendere tutto senza comprendere.
Sottraendo l’opera a sè stessa, se ne mostra il didietro. La sua demolizione è il tributo massimo che si deve a un classico. Il degrado – ci insegna questo film – non è costruzione nobile lasciata decomporre, non è senso di colpa. Il degrado è la sostanza dell’essere parlante, in ogni caso di colui che si assume la responsabilità della parola, del taglio che inferisce a chi la enuncia.
In questo senso si può dire che il sesso più è degradato e meglio “gode”. Gode dell’impossibile dell’amore, del doversi accontentare di semplici avanzi. Per Franco da subito cade l’illusione di lasciarsi andare a un improbabile quadretto da comodino: l’oggetto perduto (un grande amore o una cena coi fiocchi) è perduto una volta per tutte.
Prendere a modello un classico – scrive Claudio Magris – vuol dire che non possiamo avere più la sua grandezza. Ci resta solo la povera eco della nostra voce che cerca di catturare la perfezione del suo canto. Nell’opus di Franco e Ciccio vive il nucleo palpitante di un’irriverente verità: pur riconoscendone la grandezza, le opere degli uomini non significano niente. Servono solo a simulare un prestigio che calziamo come scarpe strette. Si tratta di conoscere piuttosto l’arbitrio e la strategia del ridicolo, strategia che non è guitteria spicciola, ma un corredo necessario a restare sotto un macigno di avverse vicissitudini e sopravvivere.
Vincenzo Carboni
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