In una provincia francese paradigmatica e colma di nostalgia – esempio allo stesso tempo della provincia letteraria e della provincia quotidiana – si sviluppa armonisamente la storia di Augustin Meaulnes, prototipo del giovane che mal digerisce le regole, capace di “rendere possibile l’impossibile”.
Ma se ci si discosta da una prima, semplice lettura, ecco che ci accorgiamo che quello che succede tra le righe succede anche nella vita. Yvonne de Galais – la donna angelicata del romanzo, intravista ed amata già al primo sguardo – altra non è che Yvonne de Quiévrecourt, donna in carne ed ossa che Alain-Fournier incontrò una mattina per caso su un battello e con la quale fece una lunga passeggiata. “Vi aspetterò” le disse soltanto. Da allora non la dimenticherà più, al punto da volerla rivedere molti anni più tardi, in preda alla nostalgia, nonostante fosse ormai felicemente accasata.
“Il grande Meaulnes” è il romanzo di formazione per definizione. Alain-Fournier utilizza elementi autobiografici e di fantasia per rappresentare il simbolico percorso di crescita individuale, che obbligatoriamente passa dall’abbandono dei sogni e delle illusioni adolescenziali. L’autore ci descrive poeticamente il momento dello scontro tra gli ideali romantici che contraddistinguono la giovinezza e l’obbligo del compromesso che caratterizza l’età adulta, soffermandosi sul rimpianto e la nostalgia per un’epoca traboccante d’intensi incanti e bruschi risvegli che non potrà mai più tornare indietro per nessuno di noi.
Dalle parole di François apprendiamo che Augustin Meaulnes ha un’indole talmente avventurosa da portarlo a vivere un susseguirsi di esperienze straordinarie. La principale avviene ad una festa di matrimonio – in un luogo per certi versi immateriale, senza coordinate spazio-temporali – durante la quale conosce la fanciulla che poi desidererà per tutta la sua vita: Yvonne de Galais. Un’atmosfera fiabesca circonda il castello. Ogni cosa sembra irreale.
Costretto ad andarsene anzitempo, cercherà di rivederla inizialmente senza successo, poiché il luogo del loro incontro rimane a lungo misterioso. È il luogo della festa, l’eremo felice, il giardino segreto. La sua ricerca del castello misterioso richiama le avventure dei cavalieri alla ricerca del Santo Graal.
Quando – tempo dopo – i due giovani si rincontrano, François ci racconta dell’inquietudine dell’amico che – nonostante la felicità per l’amore ritrovato – sembra tormentato dalla nostalgia del passato, eternato nell’attimo del loro primo incontro.
Mi ricordavo dell’essenzialità e della delicatezza del tema trattato. Il libro – forse un po’ troppo didascalicamente suddiviso in tre parti tematiche – è intriso di lirismo e nostalgia. È impossibile dimenticare il momento nel quale Meaulnes si accorge della fuggevolezza dei sogni e della disillusione amorosa.
La lingua nella quale è scritto è pura poesia. L’intreccio è elementare, eppure non è mai scontato. Il tema evoca i topoi letterari dell’amor cortese, della nostalgia per l’epoca felice dell’infanzia, del locus amoenus e dell’amicizia maschile con una delicatezza e un’emotività davvero coinvolgenti. I personaggi sono ben tratteggiati e rimangono impressi nella memoria per la loro autenticità. Il contesto è allo stesso tempo aulico nelle scene del castello e in quelle che ritraggono Yvonne de Galais, e familiare in quelle che descrivono le avventure di Meaulnes e la vita scolastica del borgo francese.
Se l’avete dimenticato nel cassetto, prendetelo in mano e apritelo a pagina 198.
Anna Pietroboni
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