All’uscita di Pet Sematary (Kevin Kölsch e Dennis Widmyer alla regia) nelle sale statunitensi girava voce che la critica cinematografica ne fosse entusiasta. La stampa italiana ne ha riportato la notizia, lasciando presagire che avremmo assistito a una delle migliori trasposizioni degli ultimi anni di un romanzo di Stephen King – in questo caso, il romanzo omonimo del 1983. A una verifica dei fatti, non tutte le recensioni si sono confermate particolarmente elettrizzate, sebbene vi sia davvero una parte della critica che riveli un certo apprezzamento e il film sia piaciuto tanto anche allo stesso scrittore. La cosa più sorprendente è che a distanza di trent’anni dal primo adattamento del 1989 – distribuito in Italia con il nome di Cimitero vivente – quest’ultimo goda oggi di una miracolosa rivalutazione presso alcuni ambienti (perlopiù appassionati di horror ed esperti di settore).
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Per chi non ne avesse mai sentito parlare, la storia ha inizio con la famiglia Creed (che in inglese vuol dire “dottrina” e rimanda a un contesto religioso e ultraterreno) che si trasferisce da Chicago a Ludlow, per allontanarsi dallo stress della vita cittadina. Louis e Rachel sono i genitori dei piccoli Ellie e Gage: lui ha un lavoro da medico e lei deve ancora fare i conti con l’orribile morte della sorella per meningite cerebrospinale. La nuova residenza è situata a pochi passi da un cimitero per animali, che un cartello scritto con un’ortografia impropria indica come pet sematary, appunto. Il vicino di casa, l’anziano e affabile Jud, contribuirà a prendersi cura dei nuovi arrivati, a fargli fare la conoscenza del posto, cimitero compreso, e infine a rivelargli i segreti più impensabili che esso nasconde.
Anche per chi non avesse familiarità con la trama del romanzo e con la biografia del suo autore, non sarà comunque una sorpresa che il primo a lasciarci le penne sia il gatto Church. Non giungerà inaspettato nemmeno il fatto che, all’indomani della sua sepoltura, la bestiolina ritorni inconprensibilmente in vita, persino per lo spettatore meno navigato.
La tragica dipartita dell’animale domestico è l’elemento invariato che dà il via al precipitare degli eventi, tanto nel libro quanto nei due film che ne derivano. Tra l’adattamento dell’89 e quello del 2019, invece, di differenze ce ne sono. Tanto per cominciare, l’uno resta fedele alla trama del romanzo in tutto e per tutto, mentre l’altro si prende più d’una libertà nel troncare eventi e personaggi (pur senza intervenire sul senso di fondo dell’opera originaria); dev’essere per questo che i fan di Stephen King si sono schierati in massa a favore del primo e hanno rinnegato il secondo. Certo è che trent’anni si sentono, e Cimitero vivente non è invecchiato per niente bene: le musiche, gli effetti sonori, la recitazione sovraccarica (e anche poco convincente) segnano più d’una ruga su un film che non ha nessuna intuizione, nessun momento memorabile. Soprattutto, ogni cosa è così prevedibile da non inquietare neanche un po’, e non riusciamo a immaginare una disfatta peggiore per un horror.
Pet Sematary, al contrario, gode di buoni momenti nel terzo atto, anche prendendosi alcune di quelle libertà cui accennavamo prima rispetto al romanzo. Capirete, però, che aspettare oltre due terzi del film per vedere qualcosa di buono è decisamente troppo, e nonostante l’ottimo e parzialmente reinventato finale restano troppi dubbi cui ci si chiede di soprassedere. Innanzitutto, è difficile digerire la motivazione con cui Jud si giustifica per aver nascosto a Louis la reale natura del cimitero e averlo convinto a seppellire lì il suo gatto. Fa alzare un po’ gli occhi al cielo, inoltre, che due adulti abbiano acquistato una casa senza prima esaminare di persona la proprietà: sarebbe bastata una rapida visita sul posto per scoprire il vicino cimitero degli animali, e con un paio di domande all’agente immobiliare avrebbero anche saputo dei camion che percorrono la loro strada. E chi sono quei bambini che marciano in processione verso il cimitero all’inizio del film, indossando maschere con sembianze animali, e che sono stati piazzati anche in bella vista sulla locandina? Chi può saperlo.
Quanto al fantasma del paziente di Louis che torna a far vsita alla famiglia Creed – e le cui intenzioni si palesavano meglio in Cimitero vivente – non è chiaro in virtù di che cosa possa manifestarsi: trattandosi di un film sui morti viventi, e non sui fantasmi, la sua presenza appare alquanto forzata. Perlomeno la resurrezione dello sventurato micio è ricondotta al fatto che il suo cadavere sia stato sepolto in un territorio appartenuto ai nativi americani. Accadeva anche in Shining (non nel libro, però) che l’hotel che conduceva alla pazzia Jack Torrance fosse edificato su un terreno di sepoltura indiano. Già nei primi anni Ottanta questo luogo concreto si candida a diventare un luogo ricorrente, che nell’immaginario collettivo funge da aggregatore di forze malvagie: dici cimitero indiano e subito ti aspetti che accadrà qualcosa di strano. È solo che Shining raggiungeva un alto grado di perfezione stilistica e narrativa che ci si dimenticava di questo particolare – perché mai un cimitero indiano dovrebbe avere proprietà malefiche, nessuno ce lo dice mai – mentre Pet Sematary lascia così tante cose al caso che alla fine riemergono prepotentemente a galla.
La verità è che molti di questi interrogativi potrebbero sorgere già alla lettura del romanzo, ma allo scrittore non interessa tanto rispondervi quanto piuttosto penetrare nell’animo dei suoi personaggi. Nel documentario Stephen King – Maestro dell’horror (2018), l’attore Jason Clarke, che nel film interpreta Louis, dichiara di non essere riuscito ad arrivare fino in fondo al libro, tanto era doloroso il racconto di un padre che perde uno dei suoi figli. È esattamente quello che manca a Pet Sematary, la cui visione rivela quanto il progetto abbia tradito le intenzioni dell’autore, checché ne pensi quest’ultimo: e dunque, anziché angosciare lo spettatore, pretendere di terrorizzarlo con maldestri jumpscare e prevedibili risvolti. Facile che abbia la meglio nel paragone col precedente adattamento: almeno ha dalla sua di non dover competere con un Carrie diretto da Brian De Palma.
Andrea Vitale
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