La verità sul caso Harry Quebert non è soltanto il best seller di Joël Dicker, il giallo salutato come l’evento editoriale degli ultimi anni. Dal 20 Marzo, è anche una serie TV di successo affidata alla regia di Jean-Jacques Annaud (in onda su Sky Atlantic), che vede nel ruolo di protagonista Patrick Dempsey, l’attore tanto amato dal pubblico.
Non sono pochi gli elementi che accomunano il romanzo e la serie, primo fra tutti la loro capacità di catturare il lettore-spettatore in un vortice di emozioni e sospetti e di non lasciarlo andare a meno che non abbia terminato la lettura del romanzo, tutta d’un fiato. O a meno che, nel secondo caso, non abbia concluso l’ultima puntata della serie, ovviamente in doveroso binge-watching.
Ma vediamo più attentamente quali sono le caratteristiche de La verità sul caso Harry Quebert che lo hanno reso un prodotto artistico destinato al successo globale.
Joël Dicker ha scritto un giallo di rara perfezione, la trama è talmente ben costruita che non si può far altro che leggere il libro fino all’ultima riga prima di poter comprendere in che modo le storie dei numerosi personaggi si incastrino l’una con l’altra.
La vicenda si svolge ad Aurora, una piccola cittadina fittizia nello stato del New Hampshire: è il classico posto in cui non succede nulla di nuovo o di inaspettato, in cui i ritmi di vita dei cittadini sono gli stessi da generazioni, così come i luoghi di ritrovo. Ad esempio il Clark’s, la tavola calda che è teatro di numerose scene cruciali nel romanzo, e che salda tra loro i due livelli narrativi: le indagini del 2008 sulla morte di Nola Kellergan e i continui flashback che narrano ciò che accadde nell’estate del 1975, quando Nola sembrò scomparire nel nulla.
Nel 2008 viene rinvenuto il cadavere di Nola Kellergan nel giardino della villa del famoso scrittore e professore universitario Harry Quebert; nello zaino della ragazzina si scopre il manoscritto de Le origini del male, il libro che ha portato Quebert al successo: ecco dunque che l’arresto del noto scrittore comporta la sua successiva confessione della relazione amorosa clandestina che, nell’estate del 1975, lo aveva legato alla quindicenne Nola. Quebert, che si dichiara innocente, rischia la pena di morte, dalla quale interviene a salvarlo Marcus Goldman, suo ex allievo universitario e ormai a sua volta scrittore affermato. Sarà proprio costui a condurre la sua personale indagine che porterà alla soluzione del caso.
Un’altra trovata ingegnosa di Dicker, per rendere il suo romanzo ancora più accattivante, è stata quella di disporre i 31 capitoli in ordine decrescente, come in una sorta di conto alla rovescia, ognuno di essi introdotto da un consiglio di Harry Quebert su come scrivere un romanzo. Questi consigli sono rivolti a un Marcus Goldman ancora studente e aspirante scrittore: e infatti, il percorso tracciato dai suggerimenti di Quebert è un percorso metanarrativo, che condurrà non soltanto alla risoluzione del caso, ma anche alla conclusione della scrittura del romanzo che Goldman trarrà da questi avvenimenti: per l’appunto si tratta de La verità sul caso di Harry Quebert. È un countdown letterario e investigativo, più ci si avvicina alla verità, più ci si avvicina al romanzo stesso.
La particolarità del romanzo è stata anche quella di creare un racconto perfettamente adattabile alla sceneggiatura per la serie TV di Jean-Jacques Annaud. Guardando gli episodi della serie può sembrare di rileggere le pagine del romanzo, questa volta, però, dando ai personaggi un volto, una voce, tratti fisici ed esteriori che nel libro sono – forse di proposito? – soltanto vagamente accennati.
Patrick Dempsey, la vera star di questa serie, nel ruolo di Harry Quebert, si dimostra capace, finalmente, di svestirsi del camice del ‘Dottor Stranamore’ di Grey’s Anatomy. La sua è una parte nuova nel suo curriculum di attore, piuttosto complessa, che lo porta a impersonare sia il Quebret giovane, ambizioso e innamorato, sia lo scrittore ormai anziano, dilaniato dal rimorso e succube dei ricordi.
Degne di nota sono anche le interpretazioni dei coprotagonisti, Ben Schnetzer (Marcus Goldman) che ha saputo creare un personaggio molto verosimile pur rimanendo fedele al romanzo, e Kristine Froseth, giovane star di Netflix (già vista in Apostolo e Sierra Burgess è una sfigata), che ha reso giustizia alla personalità dolce, complessa e ambigua della quindicenne Nola, che per molti aspetti (non ultimo il nome stesso) sembra ricordare allo spettatore (ma ancora prima al lettore) la più nota Lolita di Nabokov.
Non è la prima volta che Jean-Jacques Annaud trasforma in prodotto cinematografico un’opera letteraria: è, infatti, lo stesso regista de Il nome della rosa, il celebre thriller del 1986 tratto dall’omonimo capolavoro di Umberto Eco. Questa volta, però, la produzione franco-americana ha optato per la scelta di girare una miniserie televisiva, e non un film, cercando di soddisfare il gusto di un pubblico internazionale sempre più abituato ai siti di streaming e all’immediata disponibilità di tutti gli episodi di una serie. Si tratta di un progetto ambizioso, che si propone di intrattenere lo spettatore nei tempi maggiormente estesi dei dieci episodi della serie.
I continui flashback che riportano all’estate del 1975, tuttavia, rischiano di rallentare notevolmente l’azione e di distrarre il pubblico che segue invece con trepidazione il rapido svolgimento delle indagini e il processo a Harry Quebert del 2008. La presenza costante sul set (a Montreal, in Canada) di Dicker stesso, nonostante egli dichiari di non aver mai interferito con il lavoro di Annaud, deve essere stata non poco influente sul lavoro di adattamento dei dialoghi e sula scelta delle ambientazioni. Ed è proprio durante le riprese che sembra essere nata l’amicizia tra lo scrittore e Patrick Dempsey
Nonostante la miniserie non riesca a fare a meno di riprodurre sullo schermo quelle incoerenze (più o meno evidenti) che erano già proprie della complessa trama del romanzo, la sceneggiatura ben scritta tenta in qualche modo di sopperire, con poche ma incisive battute, alle mancanze del romanzo, andando a sanare lacune e contraddizioni. È dunque, nel complesso, una serie ben riuscita in cui il connubio tra la trama intrigante e la popolarità dell’attore protagonista riesce a soddisfare i lettori e anche lo spettatore che per la prima volta si avvicina al caso Harry Quebert. Si punta sulla classica curiosità morbosa per una trama incentrata sugli scandali di una relazione proibita e sulle menzogne di una città tipicamente nord-americana, in apparenza quieta e tradizionalista. Ma niente è come sembra, tasselli di passato e di presente si intrecciano in un puzzle che si ricompone episodio dopo episodio e il finale, spiazzante per via dell’imprevedibilità del movente, arriva dopo una raffica di colpi di scena calibrati ad arte per generare la suspense che ci si aspetta da una serie-thriller.
Miriam Nacca
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