Le rapide è una rubrica di testi brevi. Opinioni, suggestioni su un’opera letta. Un ritorno a una lettura scevra di sovrastrutture, priva di tutti i riferimenti artificiosi.
Per questo gli uomini del fiume ancora sopravvivono. Per questo sembrano tanto vecchi, distanti, e solitari. Non è che amino il fiume, ma non possono vivere senza. Sono lenti e instancabili come il fiume. Soprattutto, sono indifferenti come il fiume. Sembra che capiscano di appartenere a un tutto inesorabile che avanza sotto l’impulso di una determinata fatalità.
Sudeste è immersione nella natura. Un libro d’acqua per uomini che sanno come perdersi, che sanno abbandonarsi al dondolio della barca. È la storia del Boga, un tagliatore di giunchi. Alla morte del suo datore di lavoro, il Vecchio, sceglie di partire per un viaggio senza meta. Il viaggio è il fiume, la vita diventa il fiume. A nord-ovest di Buenos Aires, un’Argentina che è presente solo nella geografia, nei nomi dei fiumi e degli affluenti, nella presenza ossessiva del mate, perché se spariscono questi elementi, il Boga si immerge in un mondo inconsapevole, un mondo-natura che è al contempo motivo di dolore e fonte di fascino. È nel fiume che affonda la celata ossessione del Boga.
Il romanzo di Haroldo Conti non è ricco di eventi. Non è un romanzo di fatti ed eventi, non è certamente una narrazione adrenalinica. È un libro di suggestioni, di descrizioni, anche, dove il Boga è un oggetto che si sposta sul vero protagonista, il dedalo d’acqua argentino. È tutto lì, il romanzo di Conti. Sudeste è un libro per chi vuole dondolare sul fiume, conoscere il fiume. Allontanarsi dalla società per ritrovare la liquida materia del mondo. Ma se l’aspettativa è di una grande storia, di eventi e colpi di scena, allora questo non è il romanzo giusto. Non si chiede a un pittore una grande storia. Solo l’arte delle pennellate.
Sudeste, Haroldo Conti | Exorma | 2018
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