Talento e libertà

[Questa è una risposta all’articolo di Antonio Lanzetta, pubblicato su Grado Zero il 9/10/2015, raggiungibile cliccando qui]

Nell’articolo del 9/10, Antonio Lanzetta parlava dell’insegnamento della scrittura creativa, e lasciava filtrare in maniera abbastanza evidente una convinzione, ovvero che il talento c’è o non c’è, non si può insegnare.

Questo articolo vuole essere un altro punto di vista sulla faccenda. D’altronde nelle riviste novecentesche era d’uso rispondere agli articoli con altri articoli: se potevano farlo loro con spreco prezioso di carta, non vedo perché non si possa fare su un portale digitale come questo, dove non costa altro che qualche byte.

Bisogna partire da una premessa: Lanzetta non parla per sentito dire. È uno scrittore, e a mio avviso anche parecchio bravo. La scrittura creativa la conosce; o forse è meglio dire – per essere più precisi – che ha la capacità di scrivere creativamente, qualunque cosa questo possa significare.

Leggiamo dal suo articolo:

Non si va da nessuna parte […] senza quella dote misteriosa che in Italia, il paese dell’improvvisazione e del clientelismo, si tende sempre a dimenticare. Il talento, appunto. Quello si ha oppure no, ed è meglio capirlo subito invece di sprecare sogni ed energie a combattere contro i mulini a vento.

Ma che cos’è il talento? Nell’uso comune lo intendiamo come un dono, quasi una predisposizione genetica che ci permette di accedere ad ambiti che agli altri – quelli che questo dono non ce l’hanno – sono preclusi.

La mia posizione, lo dico da subito, è radicalmente opposta a quella di Lanzetta. Per me il talento – come quella dote innata che c’è o non c’è, e se manca niente puoi farci – non esiste.

Io credo che tutto ciò che l’uomo possa avere dal suo dna (o, per chi ci crede, dal dio creatore) è una scala di attitudini. Non nego certo che un ragazzo possa essere più portato per – ad esempio – le arti marziali rispetto a un suo coetaneo. Ma questo non significa che quel coetaneo meno dotato non possa diventare un grande artista marziale.

Mi esprimerò con un esempio più semplice. Esistono diverse patologie che impediscono alle persone di camminare, che le bloccano su sedie a rotelle. Queste persone non potranno mai correre nel senso comunemente inteso. Dunque – potremmo dire – non hanno il talento per la corsa. Ma ciò non significa che chiunque abbia due gambe funzionanti può diventare Usain Bolt. Cos’è che fa davvero un corridore? La sua genetica, va bene, non lo neghiamo. Ma solo questo? Non lo fa, forse, anche una vita di allenamenti, alimentazione controllata, sacrifici?

Lanzetta non nega il valore dell’esercizio, naturalmente. Ma la questione, a questo punto, si risolve come un gioco di equilibri fra quanto vale il talento e quanto vale il lavoro personale.

Ritenere che il talento sia una dote imprescindibile significa che un ragazzino senza le doti genetiche di Bolt – e anzi con le ossa grosse – non potrà mai diventare un ottimo corridore. Ed è chiaramente falso. Probabilmente – a parità di allenamenti e sacrifici – non riuscirà a superare quello scoglio genetico, e arriverà sempre secondo dietro Bolt. Ma arrivare secondo significa forse non essere un ottimo corridore?

Questo è il punto intero della questione.

Il talento non è altro che una predisposizione iniziale. Come una pole-position: chi è predisposto meglio, parte avvantaggiato. Ma essere un corridore – essere uno scrittore – non è tutta questione di genetica.

Il problema dei tantissimi scrittori mediocri è evidente. Ma vale davvero la pena di liquidare la questione con un non avevano talento? Con un superficiale o ce l’hai, o non ce l’hai? Ho molti amici stonati, a cui potremmo dire la stessa cosa riferita al canto. Ma ho anche un paio di amici che – stonati come campane – hanno lavorato per anni, senza buttarsi giù, e ora cantano molto meglio di me, che sono nato “intonato” ma non ho mai esercitato questo talento.

Allora il problema è forse più profondo. Uno scrittore mediocre è uno scrittore che non ha lavorato abbastanza, non ha varcato quel gap che le sue predisposizioni iniziali – contrarie – gli avevano messo davanti. E forse il grande nocciolo non è tanto la mancanza di talento, ma la convinzione di averlo: sedersi su allori che noi stessi abbiamo costruito, essere certi di scrivere bene, di aver diritto a maggiori riconoscimenti, e per questo abbandonare le vesti da eterno studente che ogni scrittore, anche i migliori e più talentuosi dovrebbero sempre indossare.

 

Maurizio Vicedomini