Il fascino del terrore

Per Stephen King esistono tre tipi di paura: il raccapriccio, dato da qualcosa di disgustoso; l’orrore, suscitato da un elemento sovrannaturale, dall’impossibile, e il terrore, che sopraggiunge quando il pericolo c’è ma in realtà non c’è, quando crediamo di vederlo o di sentirlo, ma ci giriamo e non c’è niente.
Può dipendere dai gusti, ma è chiaro che nel mondo ci sono moltissimi appassionati di horror, che si parli di letteratura, di cinema, o anche solo di scavalcare il recinto di un terreno abbandonato. Ma cosa c’è di così accattivante nel terrore che ci spinge a volerne sempre di più, e sempre di più penetrante?

È chiaro che la paura dà sensazioni forti, perciò rappresenta un’ottima arma contro la noia. Può servire a mettersi alla prova, o a farci salire l’adrenalina, in un certo senso come una droga. Ma di questo si parla e s’è parlato ovunque, e in fondo non c’è molto da chiedersi. C’è però una dimensione del terrore che non è altrettanto semplice da capire, e che non tutti i fan dell’horror sembrano riconoscere.

edgar_allan_poe_1848Partiamo dalla letteratura: cos’è che rende davvero “horror” un racconto di Poe o un romanzo di Lovecraft? Non certo il make-up degli zombie di The Walking Dead o le musiche opprimenti di un Silent Hill. Non c’è nulla di visivo, di concreto, per quanto anche film e videogiochi siano solo finzione, a suscitare nessuno dei tre tipi di paura descritti da King. I libri trasmettono tramite le parole, quindi l’immaginazione; e per quanto fervida, nessuna immaginazione creerà mai qualcosa di tanto orribile da spaventare se stessa. Insomma, è come se si controllasse involontariamente, o piuttosto, come per il solletico, se lo fai da te non funziona.
E tuttavia i racconti di creature e mostri, come Dracula o Frankenstein, ci piacciono e ci tengono incollati alle pagine, proprio come se stessimo guardando un episodio di A Nightmare on Elm Street o un’opera di Guillermo Del Toro.

Torniamo quindi alla dimensione del terrore di cui sopra, quella che non è fatta di paura, ma di ombre e ambiguità; di coincidenze inquietanti e misteri irrisolvibili. È la dimensione di quel fascino che proviamo immaginandoci un ambiente tetro, o una foresta fitta e immobile sotto una fioca luce lunare. E poi un ululato, ma non uno normale; quello di un essere che non sapevamo esistere.
Proprio come King definisce gli stadi della paura, così funziona questo fascino dell’anormale e del misterioso: può essere il fascino di un evento bizzarro e impossibile, ma è ancor maggiore il fascino di qualcosa di impossibile che fino alla fine sembra essere in procinto di verificarsi, e invece non si muove nulla. E nella dimensione dell’immaginazione, nella nostra mente, questo non ci fa paura, ma ci fa quasi sorridere, perché riconosciamo il sublime di Burke, ma sappiamo che non è reale, neanche solo visivamente come lo è nel cinema.

Qui infatti il discorso si fa diverso. In un film è sicuramente più facile trasmettere ansia e paura: bastano delle immagini suggestive, una musica incalzante e un buon montaggio per creare l’atmosfera giusta. Ma anche nel cinema c’è una distinzione da fare: qual è l’horror “per tutti” e quale arriva solo a chi sa trovare il fascino del misterioso e del terribile?
Non servono i cosiddetti jumpscares, i momenti che ti fanno saltare dalla sedia, né per forza le solite trame con qualche tipo di mostri che uccidono la gente. Lo dimostra il già citato Del Toro nel suo ultimo film, Crimson Peak, che incarna perfettamente lo spirito di horror che s’intende qui: una storia tutto sommato di amori e inganni, un setting dalle tinte gotiche, e le uniche scene visivamente davvero horror sono citazioni ai capolavori del genere, come Profondo Rosso e Shining. Il resto è pura atmosfera, che avvolge e ammalia lo spettatore, trasportandolo in una villa che cela fantasmi e misteri, e tutt’attorno ha nient’altro che neve.crimsonpeak_trailer
Ma se la letteratura è il grado zero di questa dimensione del terrore, e il cinema riesce ad amplificarla col supporto di immagini, suoni e musica, sono forse i videogiochi a rendere al meglio l’esperienza di vero horror, per quanto non sia facile neanche per loro.
Col pad (o mouse e tastiera) alla mano, le cose non sono più le stesse. Guardando un film, bene o male, abbiamo delle certezze: il film andrà avanti da sé. Per chi ha paura dei film horror, sedersi sul divano e premere play è come allacciare le cinture su un roller coaster. Ormai sta per partire, e non puoi fare niente se non aspettare che finisca (e magari renderti conto che vuoi farlo di nuovo). Per un giocatore, non è così.

Davanti alle possibilità di scelta offerte dal videogioco non possiamo coprirci gli occhi e aspettare, né astrarci dall’atmosfera o viverla passivamente. Siamo noi a compiere le scelte, a muoverci in un ambiente terrificante, noi a dover combattere quei mostri, quei fantasmi, o pur soltanto quella paura di girare un angolo. E non è più lo scrittore o lo sceneggiatore a scegliere se un pericolo sarà fatale o meno, ma spesso siamo noi.

Per completezza, distinguiamo anche nel mondo dei videogiochi l’horror e l’horror. Per quanto complesso e intrigante, P.T. di Hideo Kojima, la demo del gioco che avrebbe dovuto essere Silent Hills prima della cancellazione da parte di Konami, è niente più che un’esperienza mirata a far salire la tensione fino a quando… BAM! Ti spaventi. Una demo indubbiamente ben riuscita, ma abbastanza lontana dal concetto di fascino che ci dava vagare per Raccoon City in Resident Evil 2 o scoprire la terribile storia di James Sunderland e sua moglie in Silent Hill 2.

pyramid_headDi quest’ultimo gioco un fan dell’horror non può fare a meno: non solo le ambientazioni, le musiche e i nemici si mischiano perfettamente in un mondo di terrore e fascino, ma tutto è il frutto di una storia matura e coraggiosa, come di rado se ne vedevano, ai tempi della Playstation 2, nel mondo videoludico. Un altro grande fattore di Silent Hill 2 è la presenza di vari finali, che dipendono non da risposte che vengono chieste, ma dal comportamento del giocatore che non ha idea di essere testato dall’inizio alla fine.
E anche questo, a pensarci, mette un po’ d’ansia. La consapevolezza di essere monitorati, come dei personaggi di 1984. Eh già, perché chi sa davvero assaporare la dimensione del terrore la trova quasi più spesso in opere di altro genere che nell’horror “dichiarato”. Forse fa più paura un elemento bizzarro e inquetante fuori posto che uno incastrato in un contesto già di per sé tenebroso. Come voltarvi adesso, dopo aver finito di leggere un articolo su Grado Zero, e scoprire che qualcuno vi osserva.

Francesco Audino