La democratizzazione della natura

Alexander von Humboldt e i suoi tre compagni avanzavano in fila indiana spingendosi lentamente avanti. Senza equipaggiamento o abiti adeguati, la scalata era davvero pericolosa. Il vento gelido aveva intorpidito mani e piedi, la neve sciolta aveva infradiciato le loro scarpe leggere e cristalli di ghiaccio gli s’incollavano a barba e capelli. A 5.000 metri sul livello del mare, lottavano per respirare nell’aria rarefatta. A mano a mano che andavano avanti le rocce puntute facevano a brandelli le suole delle scarpe e i piedi cominciavano a sanguinare.

Il 23 giugno del 1082, von Humboldt ha da poco superato i trent’anni e si trova nel pieno dell’esplorazione del Sud America cominciata pochi anni prima. La scalata al Chimborazo, avvenuta nelle condizioni estreme qui descritte, è un punto cruciale della spedizione. Dalla vetta di quella che era considerata la montagna più alta del mondo, il naturalista prussiano intravede, scorgendo il panorama, il senso e l’unione di quella natura che sarà oggetto di studi, sempre fervidi e appassionati, anche in tarda età, durante l’arco di un’intera esistenza.

La visione del tutto, le interconnessioni tra gli elementi dell’universo, la percezione e l’idea che il mondo esterno influenzi l’interno e viceversa, l’attenzione a dinamiche che definiremmo ecologiste, il rispetto della condizione umana e la condanna della schiavitù, sono solo alcuni degli elementi utili a delineare il profilo biografico di un uomo che oggi appare quasi dimenticato, forse sconosciuto ai più, ma considerato dai contemporanei come il più famoso al mondo dopo Napoleone.

Andrea Wulf con il suo L’invenzione della natura, prova a restituire vigore alla figura di questo scienziato la cui influenza tutto sommato è ancora sotto i nostri occhi, nei nomi di luoghi, parchi, piante e animali. In Groenlandia troviamo Capo Humboldt e il ghiacciaio Humboldt, così come in Cina, Sudafrica, Nuova Zelanda e Antartide ci sono catene montuose intitolate allo scienziato. Ci sono fiumi e cascate in Tasmania e Nuova Zelanda. Parchi in Germania. Rue Alexander de Humboldt a Parigi. Nel Nord America quattro contee, tredici città, montagne, laghi e un fiume. L’Humboldt Redwoods State Park in California e gli Humboldt Park a Chicago e Buffalo. Lo stato del Nevada fu sul punto di chiamarsi Humboldt quando nel 1860 ne discussero il nome. Quasi 300 piante e oltre 100 animali prendono il suo nome e sulla luna c’è il Mare Humboldtianum.

E se tanto non bastasse a dare un’idea del peso avuto dallo scienziato, basti allora indagare quanto risulta citato e ammirato nelle opere di pensatori, studiosi e letterati come Charles Darwin, Henry David Thoreau, Ralph Waldo Emerson, John Muir, Goethe, Coleridge, Thomas Jefferson o Wordsworth.

La lettura del libro della Wulf è consigliata perché avere coscienza di quanto ha scritto e prodotto Humboldt ci permette di ristabilire, in qualche misura, il nostro rapporto con la natura. Le sue riflessioni sulla deforestazione, sullo sfruttamento dei terreni e degli animali, sono alla base dell’attuale pensiero ecologista. Come è stato giustamente notato: la natura esisteva già prima dei suoi studi, ma Humboldt ci ha insegnato a scrivere e parlare di natura. Ci ha insegnato a riconoscere i legami tra gli elementi dell’universo, a riflette sulle conseguenze dell’azione umana sull’ambiente e attraverso i suoi libri – veri e propri bestseller – e alle sue affollate conferenze è riuscito a raccontare a grandi folle, con dovizia di particolari, i suoi instancabili viaggi.
Così, portando la scienza fuori dai laboratori e dalle biblioteche, studiandola e diffondendola a cielo aperto. Tenendola alla portata di tutti.

Antonio Esposito