Quando Dio ride. Jack London e il mondo come confronto

Quelli erano tempi! Ed ora egli, pensando, durante il lento cammino, constatava che, da quando era vecchio, era stato messo in disparte. Lui era la Giovinezza in ascesa, e loro erano l’Età che affondava. Non c’era da meravigliarsi della facilità delle sue vittorie: ma ora le vene erano gonfie, le nocche sciupate e le ossa stanche per le lunghe battaglie che avevano sostenuto.

Una bistecca [da Quando Dio ride, Jack London, Lindau, 2017, p.177]

Gran parte della produzione breve di Jack London è inedita in Italia o fuori catalogo. Ed è chiaramente un peccato, perché al di là dei più noti Zanna bianca, Il richiamo della foresta e Martin Eden, London è autore di numerosissime raccolte, fra le quali si nascondono non pochi gioielli.

Il libro che Lindau ha portato in libreria quest’anno, Quando Dio ride, non è una raccolta d’autore – sebbene il titolo possa suggerire diversamente – ma è un insieme di testi recuperati da tre raccolte: When God Laughs (1911), appunto, South Sea Tales (1911) e The Night-Born (1913), per un totale di undici racconti.

Sono testi molto diversi fra loro, in cui possiamo riconoscere almeno tre macro-aree. I racconti marinareschi, alcuni racconti concettuali-didascalici e altri relativi alla boxe. In tutti, in maniera più evidente o celata, in rapporto uno-a-uno o in gruppi, c’è uno scontro fra due termini. Queste possono essere persone, concetti contrapposti, uomo e natura, culture. Si potrebbe obiettare che gran parte – se non tutta – della letteratura mondiale si sviluppa proprio come un confronto, e che quindi non c’è poi tanta novità. Ma, premesso pure che non si guarda qui alla novità, nei racconti di London questo rapporto è enfatizzato e messo al centro evidente delle sue narrazioni.

Un buon esempio potrebbe essere Uccidere un uomo, da The Night-Born. Potremmo riassumerlo così: una donna scopre un ladro in casa, e comincia con lui una lotta psicologica di supremazia. Nulla di più semplice, nulla di più complesso. Sin dalle prime battute è evidente che la donna vuole strappargli la pistola, e che comincia a parlare con lui solo per guadagnare tempo. E al contempo è impossibile per il lettore non empatizzare – e tifare, anche – per il ladro, che ci pare nient’altro che un brav’uomo, costretto a quell’azione dalla necessità.

La forza bruta, in questi racconti, si alterna all’intelletto. Se Uccidere un uomo è una lotta mentale, quasi una partita a scacchi, i tre racconti in cui rientra la boxe – direttamente o solo dal punto di vista concettuale – sono l’esaltazione della possanza fisica e dello scontro per la sopravvivenza, quella stessa sopravvivenza a cui London ci ha abituati nelle fredde distese della natura selvaggia. Qui abbiamo lottatori che combattono perché non hanno altra possibilità. In Una bistecca (In When God Laughs), sul podio dei racconti migliori di questa raccolta, un vecchio pugile affronta una giovane stella nascente. Ha la tecnica dalla sua, l’esperienza, mentre l’altro non ha nient’altro che la giovinezza. E lo scontro a due diventa scontro generazionale, da una parte, ma anche lotta per la sopravvivenza, perché con il ricavato di quell’incontro – se solo riuscisse a vincerlo – potrebbe saldare i suoi debiti, potrebbe comprare del cibo, potrebbe continuare a vivere. Davanti alla povertà più assoluta, un vecchio lottatore non può far altro che continuare a combattere per cercare di non morire, per riuscire ad avere in tavola una bistecca da mangiare e far sì che anche la sua famiglia possa averne una.

E lo stesso succede ne Il messicano (da The Night-Born), dove un ragazzo assolve l’intera sua esistenza in un’ideale: portare avanti la rivoluzione. E il suo modo per sopravvivere – perché il fallimento della rivoluzione significherebbe per lui venir meno a se stesso – è far sì che il tutto proceda. Quando gli viene ordinato di lavare il pavimento, Rivera – il messicano del titolo – lo fa senza batter ciglio, perché gli viene detto che “è per la rivoluzione”. Tutta la seconda parte del racconto è un lungo e intenso incontro di Boxe. Rivera non ha altro modo per guadagnare soldi per la causa, e al momento dell’ultima offensiva, quando è necessario oltre ogni misura avere gli uomini pronti, la rivoluzione non ha i fucili. E Rivera si batte contro un campione per riuscire a guadagnare il denaro necessario, per portare avanti l’obiettivo per il quale vive.

L’ultimo dei racconti sulla boxe è La pazzia di John Harned, sempre da The Night-Born. Qui non assistiamo ad alcun incontro, ma a molteplici lotte. La più importante delle quali è quella dei matador contro i tori nelle corride. John Harned è un inglese – e in quanto tale viene etichettato come boxeur – e si ritrova a confrontare il proprio stile di vita, il proprio concetto di lotta – la boxe – con quello degli spagnoli. La corrida è – per John Harned – una lotta impari, una lotta dove il toro non ha mai avuto la possibilità di vincere davvero, è un condannato, come sono condannati i cavalli cavalcati dai Picador, che entrano in arena bendati. Ed è proprio alla presa di questa consapevolezza, al grido di “il cavallo non sa, il cavallo non sa” che John Harned riporta la lotta per la sopravvivenza in quella realtà depauperata dalle leggi della natura. Lo scontro – come quello dei boxeurs – deve permettere la vittoria a entrambe le parti. La chiusura del racconto è proprio questo: un portare di nuovo l’equilibrio, una lotta che sia per la sopravvivenza, di un uomo che prova disgusto per ciò che vede e per chi non comprende la sacralità della vera lotta e della vita.

«I gringo dicono che è uno sport crudele… no? – disse Luis Cervallos. – Che non è umano, che è cattivo per il toro. No?».
«No – disse John Harned. – Il toro non conta molto. La cosa è degradante per quelli che stanno a guardare. Insegna loro a divertirsi della sofferenza degli animali. È vigliaccheria per cinque uomini combattere contro un toro stupido. Sicché quelli che guardano imparano ad esser vigliacchi. Il toro muore, ma quelli che guardano vivono e la lezione è imparata. Il coraggio dell’uomo non è alimentato da scene di codardia».

La pazzia di John Harned [In Id., p.157]

I racconti raccolti in questo volume sono quindi molto uniti da una lotta forte e necessaria per la sopravvivenza, qualunque significato essa assuma per i protagonisti, di volta in volta. Una bella riscoperta di un autore troppo spesso dimenticato. L’unica grossa pecca di questo volume è la traduzione estremamente datata di Gian Daulì, che risale alla prima metà del Novecento. Se è vero che di per sé è una buona traduzione, l’utilizzo di un italiano ormai vecchio fa sentire la propria presenza nell’uso di alcune espressioni e nella grafia di diversi termini. Scelta che poteva essere forse ponderata meglio, soprattutto considerato il costo non proprio ridotto – 19€ – per una traduzione libera da diritti.

 

 

Maurizio Vicedomini