Storie di amicizie: le radici e i fantasmi

C’è un amico che ha segnato la nostra infanzia o la nostra prima giovinezza. C’è sempre un amico che è stato la nostra infanzia o la nostra giovinezza. Qualche volta resta per tutta la vita e diventa un’ancora, le radici. Altre volte lo perdiamo e diventa un ricordo, un fantasma, un’idea.

C’è tanta letteratura che racconta questo amico. Di solito è una rivelazione, un’evidenza. Poi sono ore e ore, giorni e giorni. Risate, parole. Confidenze. Osservarsi crescere. Conoscere l’altro, scoprire sé stesso attraverso l’altro. Guardare oltre il cerchio e rabbrividire.

C’è un bel libro di Grazia Verasani pubblicato da Giunti nel 2016. Lettera a Dina è la storia dell’amicizia fra due dodicenni appartenenti a due mondi diversi per estrazione sociale e orientamento politico delle famiglie. Il loro incontro è però, nonostante le differenze (che a quell’età non significano incompatibilità), come un colpo di fulmine:

[…] pensavo che se quella strana bambina era lì, pronta a scaraventarsi di peso nella mia vita, era perché io, di sicuro, le avevo tenuto il posto come al cinema.

Siamo a Bologna, nel 1973. Trentasette anni dopo, una mattina di primavera, la narratrice riascolta per caso la canzone che ascoltava con la sua amica Dina fino a consumare il disco. È una madeleine di Proust. Questa canzone le restituisce tutta la storia della sua amicizia con Dina, ma anche il ricordo doloroso del destino di questa ragazzina, facendole risentire, con tutta la consapevolezza della donna adulta che è diventata, il peso del senso di colpa di non aver saputo capire o fare di più: «Possiamo accudire, proteggere, ma non possiamo salvare. L’amore non salva». No? Davvero?

L’autrice, oltre a una bella storia di amicizia e a dei personaggi ben costruiti, ci restituisce anche una certa epoca e una certa Italia. Siamo negli anni delle lotte studentesche, dell’impegno politico. Del rapimento di Aldo Moro. Ma anche della musica, delle canzoni del Festival di Sanremo, della sigla di Portobello attraverso le finestre aperte. E anche, poi, del flagello della droga negli anni Ottanta e dei giovani che cadono come mosche.

Un libro delicato che intreccia storia privata e qualche incursione nella storia collettiva, che indaga in sentimenti profondi e spesso scomodi, come il tema, accennato, dell’attitudine alla felicità e alla vita. Perché qualcuno non riesce, non sa essere felice? O cos’è che si spezza in chi non riesce più a essere felice fino a volersi autodistruggere, fino ad aprire una finestra e fare un passo di troppo? Cos’è che fa che qualcuno resti indietro e si trascini zoppicando?

Un libro scritto bene, con un bello stile, la prova che per parlare di cose gravi e profonde non è necessario essere barocchi e arzigogolati.

E poi c’è un altro libro, un capolavoro assoluto. Uno di quei libri che mi hanno cambiato la vita; anzi: il libro con cui ho capito che i libri possono cambiarci la vita. Che leggo e rileggo. Una perla, fatta brillare ancor più dalla bella traduzione dall’inglese di Mariagiulia Castagnone. L’amico ritrovato di Fred Uhlman è la storia dell’amicizia fra due sedicenni, uno figlio di un medico ebreo, l’altro appartenente a una ricca famiglia aristocratica. All’epoca in cui sognavo un’amicizia che mi cambiasse la vita, in cui attendevo di poter vivere anch’io quell’intesa che all’improvviso può dare un senso a tutto, di incontrare quella persona che cambia il mondo, leggere la storia di Hans e Konradin fu una specie di consolazione e di promessa, un dire “ciò che aspetto può esistere”:

I giovani tra i sedici e i diciotto anni uniscono in sé un’innocenza soffusa di ingenuità, una radiosa purezza di corpo e di spirito e il bisogno appassionato di una devozione totale e disinteressata. Si tratta di una fase di breve durata che, tuttavia, per la sua stessa intensità e unicità, costituisce una delle esperienze più preziose della vita.

Anche in questo caso, e in questo caso ancora di più, la storia privata di quest’amicizia si intreccia alla Storia con la esse maiuscola. Siamo in Germania, nei primi anni Trenta, e il sentimento profondissimo e puro che unisce questi due ragazzi che si affacciano alla vita deve fare i conti con la follia dell’ascesa del Nazismo. Questo libro brevissimo, commovente, è poesia pura, nella trama e nello stile. Con un incipit fra i più belli che abbia mai letto:

Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più. Da allora è passato più di un quarto di secolo, più di novemila giorni tediosi e senza scopo, che l’assenza della speranza ha reso tutti ugualmente vuoti – giorni e anni, molti dei quali morti come le foglie secche su un albero inaridito.

Se l’inizio del libro è la descrizione dolcissima della nascita di un’affinità elettiva, sui banchi di scuola, si scivola lentamente nell’orrore di una delle pagine più tragiche della storia dell’umanità. In questo caso la Storia non è solo un’atmosfera ma entra prepotentemente nelle vite dei protagonisti cambiandone irrimediabilmente il corso. Sono i due elementi chiave, del resto: da un lato la sfera magica della purezza di un sentimento nobile, profondissimo e disinteressato fra due adolescenti che si “riconoscono” e a cui nulla importa delle differenze di origine e dell’uragano che si prepara intorno a loro, dall’altro la violenza della Storia che fa inevitabilmente irruzione nella loro sfera magica, e la travolge.

E la fine non tardò molto a venire. Il vento che aveva cominciato a soffiare dall’est raggiunse anche la Svevia. La sua forza crebbe fino a raggiungere l’intensità di un tornado e non si placò che dodici anni dopo, quando Stoccarda era stata distrutta per tre quarti, la medievale Ulm non era più che un ammasso di rovine e Heilbronn un cimitero in cui avevano lasciato la vita dodicimila persone.

È la fine dell’innocenza.

E poi ci sei tu. Avevamo quattordici anni. Anzi no. Credevo ci fossi tu. E invece c’ero io. Ero da sola. E abbandonavo l’infanzia.

Manuela Corigliano